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Rapinatori e spacciatori, pugno duro del giudice: restano dentro

Il carcere di Terni

Roberto Minelli
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Pugno di ferro. La città di Terni non può essere considerata un grande bancomat dove ognuno arriva e “ritira soldi” a proprio piacimento. Un concetto ripetuto più di una volta dalla questura e che sembra trovare sempre più in linea il giudice per le indagini preliminari, Maurizio Santoloci, che continua a tenere una posizione di assoluta fermezza nei confronti dei malviventi pizzicati dalla polizia. L'ultimo caso è quello dei rapinatori del bazar etnico, arrestati dopo che si erano rifiutati di pagare delle consumazioni ed avevano minacciato con un cavatappi puntato alla gola il negoziante bangalese (LEGGI L'ARTICOLO). Per concludere si erano scagliati anche contro gli agenti della polizia. Santoloci ha tenuto l'udienza presso il carcere e ha convalidato l'arresto dei due rumeni. Il giudice ha evidenziato la propensione a delinquere, seriale e continuata, per la reiterazione delle loro condotte devianti paragonandoli ad una “banda mobile”. Santoloci ha inteso mantenere una linea di assoluta fermezza ed intransigenza nei confronti dei due rapinatori e di altri due arrestati dalla squadra mobile per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, applicando per entrambi i casi la misura della custodia cautelare in carcere. I domiciliari, infatti, sono stati ritenuti soltanto una “base di lancio operativa” dalla quale partire proprio per utilizzare il territorio cittadino come una specie di grande bancomat. Il giudice Santoloci ha anche trasmesso l'ordinanza di convalida dell'arresto e di applicazione della misura cautelare al questore ed al prefetto, concedendo il nulla osta per gli eventuali provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale. Insomma una posizione particolarmente dura, come era già accaduto in altre circostanze. Nelle passate settimane, anche attraverso interviste sulle televisioni nazionali, Santoloci aveva evidenziato alcuni “buchi neri” del sistema che finiscono con il favorire la criminalità e complicare il lavoro della stessa magistratura, ma aveva pure ripetuto che il buonismo non è dovuto, non è obbligatorio. Una posizione confermata proprio attraverso i provvedimenti di fermezza adottati in casi come quello della rapina al bazar etnico. Nel giorno dell'omicidio del novantunenne Giulio Moracci (LEGGI L'ARTICOLO), inoltre, il procuratore capo Cesare Martellino aveva sottolineato le difficoltà in cui sono costretti a lavorare gli inquirenti. “Ci dobbiamo chiedere - aveva dichiarato - perché questi signori, gravati da numerosi precedenti, possono continuare a girare liberamente”.