Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Condannato per violenza sessuale, in appello si scopre che è gravemente malato

Roberto Minelli
  • a
  • a
  • a

Incastrato da una macchia presente sui pantaloni della ragazza con cui si era appartato in una calda serata di settembre di molti anni fa. Forse liquido seminale, traccia evidente di un veloce rapporto sessuale. Perché quella giovane, che da sempre aveva un debole per lui, due giorni dopo affermò alle forze dell'ordine di essere stata violentata. Al punto da accusare un malore. Così il protagonista di questa storia, residente nella provincia di Perugia e all'epoca dei fatti appena maggiorenne, era finito davanti al giudice con un'accusa dura come la pietra. Con il procedimento giudiziario che lo aveva portato dritto ad una condanna in primo grado a 3 anni e 4 mesi. “Abbiamo fatto l'amore, è vero, ma non c'è stato alcun atto violento da parte mia. Era consenziente. Nessuno ha avvertito urla, a cominciare dalla coppia di amici che si trovava a poca distanza dal luogo. E poi lei non aveva alcun livido o ematoma. Io non ho fatto nulla, mi ha voluto rovinare”, aveva gridato più volte l'uomo. E qualche giorno fa la vicenda è tornata davanti ai giudici della corte d'appello. Con la difesa, rappresentata dall'avvocato Gianni Dionigi, che ha tentato di sgretolare il muro della pubblica accusa partendo da alcune vistose contraddizioni emerse durante l'istruttoria. E si torna a quella maledetta sera. Quando l'uomo e un suo amico decidono di trascorrere qualche ora in compagnia di due belle ragazze tedesche che conoscevano da tempo. Consumate alcune birre, le due coppie si dividono, pur rimanendo a poca distanza. E qui piomba il drammatico racconto della più giovane delle due. “Io non volevo, lui mi ha afferrata con la forza, mettendomi una mano sulla bocca. Mi toccava e tentava di baciarmi. Poi ha aperto i miei pantaloni, mentre io cercavo di divincolarmi”. Alla fine il presunto violentatore era tornato a casa, per poi venire a sapere che la donna aveva accusato un malore. E così faceva ritorno a lei, offrendosi di accompagnarla in albergo. Ecco le contraddizioni, così forti da far sorgere nuovi e inquietanti dubbi. “E' stata appena violentata e poi accetta di essere aiutata dall'aggressore?”, ha riferito in aula il legale. Inoltre: “Il giorno dopo era già con il suo vecchio fidanzato a fare festa, mentre il giorno successivo presentava denuncia. I pantaloni? Nessuna prova scientifica ha confermato che quello era liquido seminale, inoltre l'altra coppia che era a quattro-cinque metri non ha avvertito nulla di strano”. E non finisce qui: “Lei ha successivamente affermato di aver avuto dei problemi di salute, di essere stata sottoposta a terapia e di avere difficoltà nel relazionarsi con altri ragazzi. Eppure, i comportamenti da lei tenuti, non lo confermano”. Ma davanti alla corte d'appello presieduta dal giudice Massei è arrivato il colpo di scena. Capace di aggiungere altro dolore ad una ricostruzione già agghiacciante. Si scopre infatti che l'imputato è attualmente affetto da una malattia gravissima. Anzi devastante. E per questo motivo il giudice ha disposto la nomina di un consulente tecnico, chiamato ad appurare nel giro di pochi giorni le attuali condizioni di salute dell'uomo e quindi valutare se è capace di intendere e di volere. La storia umana prevale su quella giudiziaria.