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Perugia, il prete dei fucili ricolloca la Madonna che fu rimossa dalla burocrazia

Luca Serafini
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Don Antonio Mandrelli sorride soddisfatto davanti alla Madonna del Viandante. “Eccola, l'ho rimessa su. Quando me la fecero togliere avevo promesso che non mi sarei fermato. E così è stato”. L'immagine di Maria è incastonata in una grande roccia. Ai piedi, un ciuffo di pansé. La semplice croce graffia il cielo dell'Appennino: è fatta con longherine da carpentiere. Siamo a Castelfranco di Pietralunga, sulle cime transitate dagli antichi romani, dai primi cristiani, da generazioni e generazioni di gente di quassù, schietta, operosa, ospitale. Una ordinanza comunale aveva fatto sgombrare la Maestà del Viandante per violazioni urbanistiche. Era il luglio 2018. La burocrazia spazzò via quell'immagine sacra, sorta lungo la Sp 201 per iniziativa del parroco e dei fedeli. Don Antonio, non sapendolo, aveva scelto un'area definita Sic (sito di interesse comunitario) e non si poteva, per tutta una serie di prescrizioni, permessi, cavilli. “Ci vedemmo costretti a togliere la maestà e fu per me motivo di rammarico e dolore”, ricorda don Antonio Mandrelli, una fede incrollabile, testarda e sincera. “Così ho scelto un altro punto, più in alto rispetto al Valico, sulla strada per Castelfranco, proprio all'imbocco del sentiero che porta alla basolata romana. Ora è tutto in regola, c'è anche il consenso del confinante. Faremo l'inaugurazione la prossima estate e sarà una festa”. Don Antonio Mandrelli un anno fa bucava il video su tutti i canali della tv per la storia delle armi, che gli ha fruttato popolarità e gli appellativi di “don fucile”, “prete pistolero”, “reverendo rambo”. La canonica a fianco della splendida chiesa di Castelfranco divenne  meta di un pellegrinaggio di inviati, fotografi, troupe. E don Antonio era conteso come ospite nei talk televisivi. “Accadde tutto dopo il furto che avevo subito. Dissi cose ragionevoli: che ci si può e ci si deve difendere se attaccati a casa propria. Nessun incitamento alla violenza, ci mancherebbe, Anzi, ho pure smesso di andare a caccia per il dispiacere di abbattere gli animali…” I ladri gli avevano messo a soqquadro l'alloggio e portato via una Beretta degli anni Trenta. I suoi modi coloriti, decisi, talvolta naif, ne fecero un personaggio. “In quella vicenda, mio unico errore fu aver portato fuori dalla canonica i fucili perché dentro era buio, per consentire che le immagini venissero meglio”. Così scattò il sequestro. E il reverendo è rimasto disarmato. “Quando mi sarà consentito, voglio ricomprare la rivoltella e tenerla sotto il cuscino”. Per don Antonio schioppo e pistola servono eccome, contro i malviventi. Per “spaurarli”, prima di tutto. E poi, in caso di necessità, per legittima difesa. Uscito dalla nebulosa mediatica, don Antonio è tornato nella quotidiana normalità di pastore di anime delle sue comunità. Piccoli borghi, case sparse, chiesette. Laureato, esperto di storia locale, ti terrebbe ore a parlare delle antiche strade che passavano dalle cime, del tetto della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Castelfranco che da una parte manda acqua verso il Tirreno e dall'altra verso l'Adriatico. I dipinti, le tradizioni, le storie. Vita consacrata, fede granitica. E le sue idee. Fede spartana fatta di “preghiere corte”, essenziali, dirette. Continue visite ai suoi parrocchiani, giovani e anziani: è un punto di riferimento per tutti. Un vignaiolo nella vigna del Signore, che in conversazione non disdegna, come tutti quassù, sorseggiare un bicchiere di rosso.  Forse un giorno don Antonio riuscirà a pubblicare i libri che sta scrivendo. Uno, appunto, sui viandanti e sulle cime. E uno sui tumulti sentimentali di un “giovane normale” che si è fatto reverendo. Riflessioni e ricordi. La carne è debole, ma don Antonio è rimasto roccia, come la roccia della Maestà di Castelfranco. Sul valore del celibato e del matrimonio ha le sue idee. Rispetta la linea della Chiesa, ma considera la peggior bestemmia se gli uomini di Dio vanno contro natura e, peggio, contro i bambini. Luca Serafini