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"Il Covid si è portato via mio papà". Andrea Tassi ripercorre l'incubo: "Io, contagiato all'università"

Alfredo Doni
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di Alfredo Doni “Non sono riuscito ancora a raccontare l'immane tragedia che ha colpito me e la mia famiglia, ma a quasi due mesi dalla scomparsa di mio padre a causa del Covid 19, credo sia giusto, anche se mi fa veramente male, ricordare la bellissima e amata persona che era il mio papà Franco”. Andrea Tassi ha 26 anni, è un ingegnere informatico di Castiglione del Lago. La sua vita, all'improvviso, è stata stravolta per colpa del Coronavirus: “Vorrei che le persone che ancora sottovalutano questo virus riflettessero, soprattutto quelle del mio paese che in questo periodo hanno straparlato e giudicato senza sapere cosa è realmente accaduto”. Andrea, spiegaci cosa è successo “Dopo essermi laureato nell'aprile del 2019, sono partito per un tirocinio in Portogallo dove ho vissuto fino ad ottobre. Quando sono tornato, ho saputo di un bando per una borsa di studio come ricercatore presso il Dipartimento di Agraria all'università di Perugia. Ho partecipato e sono riuscito a ottenere l'incarico che ho accettato con molto entusiasmo. Una mattina, tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo, nel mio ufficio ho incontrato un docente che poi, qualche giorno dopo, ho saputo essere risultato positivo al Covid 19”. Come hai reagito alla notizia? “Mi sono messo in isolamento volontario. E ci tengo a sottolinearlo perché, senza che nessuno mi avesse contattato, ho deciso di prendere ogni precauzione, a iniziare dal non partecipare alle partite con la squadra in cui gioco; oltre a questo non sono andato a fare supplenza presso l'Istituto superiore del mio paese, in cui insegno Informatica, né ho incontrato i miei amici. Tutto questo, voglio sia chiaro, nonostante le mie condizioni di salute fossero ottime”. Quando hai avuto i primi sintomi? “Qualche giorno dopo ho sentito i brividi, mal di testa pesante e la febbre si è alzata. Ho fatto il tampone ed è risultato positivo. Avevo forti dolori ed ero preoccupato per la presenza nella stessa casa dei miei genitori. Abbiamo rispettato al massimo fin da subito le misure consigliateci: mi lasciavano pranzo e cena fuori dalla stanza, usavo solamente il mio bagno ma questo virus infame è imprevedibile, subdolo e qualcosa purtroppo è andato storto”. E tuo padre si è ammalato “Papà ha iniziato ad avere una febbricola che andava e veniva, dopo pochi giorni gli hanno fatto il tampone e anche lui è risultato positivo. La febbre diventava sempre più alta e persistente. fino a che venerdi 13 marzo, intorno alle 8 di mattina, papà ha avuto un collasso. Insieme a mamma siamo riusciti a farlo riprendere e abbiamo chiamato il 118”. In che condizioni era quando sono arrivati i sanitari? “Febbre e saturazione erano stabili. È stato fatto salire nell'ambulanza e ci siamo salutati con la convinzione di rivederci. Nella confusione generale, gli ho messo il cellulare e il caricabatteria in una borsa, in modo da poter avere notizie quanto prima”. Quando lo hai risentito? “Passata qualche ora ci ha chiamato lui dicendo di stare benino, di avere i polmoni puliti anche se la febbre era fastidiosa. Il giorno seguente, sabato 14 marzo, era il suo compleanno e mi ha scritto un messaggio alle 8.08: ‘Ciao come va? io ho dormito bene senza febbre, speriamo che oggi seguiti così, un bacione Franco'. Poi abbiamo parlato al cellulare, ci siamo videochiamati e ho fatto anche uno screenshot a lui, con quel sorrisone che lo ha sempre contraddistinto”. Quindi sembrava che stesse migliorando “Sì, ma poi con il passare dei giorni le cose sono andate peggiorando. ‘Bruttissima polmonite, sempre più ossigeno, febbre persistente': queste erano le parole dei medici. Lui però ci ha sempre chiamati, follemente innamorato della vita, dei suoi due figli e di sua moglie: ‘La strada è lunga e piena di passi', così mi disse. Venerdi 20 ci salutiamo con un ‘forza pà, ci sentiamo domani eh! Un bacione grande ti vogliamo bene'. Il giorno dopo però non ha avuto la forza di chiamarci. I medici del reparto ci hanno detto che la situazione era difficile: ‘signora, suo marito sta faticando tanto a respirare, tra poco lo valuteremo con il team di rianimazione, ci lasci il numero di cellulare che la contattere'”. Come avete vissuto quei giorni? “Non ci sono parole per descrivere l'evoluzione di questo incubo. Doppio appuntamento telefonico con i medici del reparto, intorno alle 12,30 e alle 19 e ogni giorno una doppia mazzata. In questa tempesta, un effimero spiraglio di luce, sabato 4 aprile, il giorno in cui doveva sposarsi mio fratello. L'esito del mio tampone era finalmente negativo. Dall'ospedale ci dissero: ‘Franco è un leone, la situazione come sapete è molto molto critica, in particolare il suo polmone sinistro, ma lui continua a lottare'. Cercavamo di farci forza, in particolare con mio fratello Daniele, che vive a Perugia e che nel giorno in cui si sarebbe dovuto sposare, avendo terminato la quarantena, ha potuto finalmente riabbracciare la sua ragazza”. Poi, invece, è successo quello che non sarebbe dovuto accadere “E' stata la quiete prima della tempesta: lunedi 6 aprile ci dissero come la situazione fosse veramente critica. Il giorno dopo, intorno alle 7 di mattina, è squillato il telefono: non ci sono parole per descrivere questa tragedia. Resta anche l'immenso dolore di non essergli potuti stare vicino negli ultimi momenti. Con mio fratello Daniele cerchiamo di farci forza, ci aiutiamo a vicenda, stiamo vicini a nostra mamma. Devo ringraziare anche le poche persone che, seppur con le dovute distanze, sono passate a farci un saluto: ci siamo guardati senza dover dire nulla. Ci è stato veramente di grande aiuto. Nei momenti difficili ci si rende conto delle persone che ci circondano e ho avuto diverse spiacevoli sorprese, ma anche alcune felici conferme, in particolare il mio amico Matteo e l'infermiera Lucia”. Dall'Università si è fatto vivo qualcuno? “Non aver ricevuto un messaggio di solidarietà dall'Università di Perugia, mi ha fatto male. Stavo facendo il mio lavoro e ho contratto lì il virus che ha distrutto la mia vita. Non voglio puntare il dito contro nessuno, spero vivamente che sia stato fatto tutto il possibile per evitare il mio contagio, ma dopo aver comunicato al rettore la mia situazione e raccontato tutta la storia con una lettera, mi sarei aspettato almeno un messaggio”. Cosa ti lascia, oltre al dolore per tuo papà, questo dramma? “Le armi a nostra disposizione per combattere il virus andrebbero sfruttate al massimo. L'arma che io in questo momento ho a disposizione è quella di donare il plasma, per tentare di fornire un'ulteriore speranza di salvare la vita a qualcuno, ne ho fatto richiesta ed aspetto con ansia di essere ricontattato”. Oltretutto non avete potuto neppure organizzare un funerale “Salutarlo per l'ultima volta in pochissime persone e tutte a distanza, con mascherine e guanti, senza un funerale, è qualcosa di inconcepibile. Ne ho parlato con il sindaco, appena sarà possibile organizzeremo una giornata in memoria di Franco”. Che ricordo porterai di tuo padre? “Per me e per la mia famiglia purtroppo ci sarà per sempre un vuoto incolmabile. Franco era un uomo amorevole, dolce, solare e in salute, molto disponibile con tutti. Sempre con il sorriso. Amava scherzare, raccontare le sue esperienze, amava il suo lavoro, amava il suo negozio creato a sua immagine e somiglianza. Era un commerciante, un imprenditore stimato e apprezzato da tutti. Amava i rapporti veri, le strette di mano, i baci, gli abbracci e le carezze. Nulla sarà più come prima, non andrà tutto bene. Proveremo a stringere i denti, forti del suo bellissimo ricordo: ciao Franchino, non ti dimenticheremo mai”.