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Coronavirus, Umbria nella top ten Inps per aumento dei certificati di malattia: +102% in 7 giorni

Alessandro Antonini
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Un aumento di oltre ottomila certificati di malattia in poco più di due mesi. Una settimana, la prima del lockdown, con l'impennata che arriva al 102%, collocando il cuore verde nella top ten delle regioni con l'incremento più alto. E' “l'ammortizzatore della paura” che emerge dai dati forniti da Inps sulle variazioni percentuali dei certificati di malattia presentati nelle dieci settimane che vanno dal 2 febbraio all'11 aprile 2020, sul medesimo periodo dell'anno precedente. L'incremento assoluto è per il cuore verde di 8.841 certificati. Più 12% nel complesso, una cifra più bassa rispetto alla media nazionale, pari al 14%. Senonché nella settimana che va dall'8 al 14 marzo l'Umbria tocca il 102% di incremento. Nella top dieci insieme a Lombardia (176%), Piemonte (136%), Marche (127), Valle d'Aosta, Abruzzo (124), Liguria (122), Trentino (116), Toscana (115), Emilia Romagna (107). Nel complesso nel cuore verde l'aumento ha riguardato il settore privato (+20% nel periodo) mentre nel pubblico c'è stato un calo del 6%. In particolare nel privato si è passati in un anno (sempre nel raffronto febbraio-aprile) da 49.517 a 59.581 certificati, nel pubblico da 22.233 a 21.010. Secondo Giuseppe Coco, ricercatore Aur, i dati “evidenziano il travaglio sociale che la popolazione italiana ha vissuto nel periodo del Covid-19”. In particolare nel periodo dal 23 febbraio al 14 marzo “ha regnato il timore per la salute e il ricorso alla richiesta di certificazioni di malattia ha svolto un vero e proprio ruolo di ammortizzatore della paura rispetto ad un virus che aveva colto di sprovvista tutti, scienza compresa”. Nella prima fase del virus “è scattato il fenomeno sociale del si salvi chi può”. Questo ha contribuito ad un “notevole incremento delle richieste di certificati medici, in attesa dell'attivazione dello smart working anziché della cassa integrazione”. “Questo è avvenuto anche in Umbria”, spiega Coco, “dove un rischio reale non c'è mai stato e dove l'emergenza è stata affrontata in modo egregio dal sistema regionale. Molto probabilmente su questo ha inciso non poco la comunicazione iniziale, che potremmo definire alquanto confusa, del governo nazionale sia sulla portata della pandemia, sia sulle differenze territoriali e sia sulla messa in campo delle contromisure. La sensazione che le persone hanno avuto è stata che inizialmente il governo nazionale non padroneggiasse la faccenda e quindi ognuno a fatto ricorso agli strumenti a cui gli era possibile accedere. Nella seconda fase sono cresciute le consapevolezze rispetto al virus e si è preso coscienza delle differenze territoriali in merito alla diffusione del Covid-19. Non è stata poca cosa e ha messo in condizione anche le singole regioni di affrontare in modo più puntuale la questione. In questo scenario l'Umbria si è dimostrata una regione solida e capace di affrontare anche le sfide più difficili”.