Province e provincialismo

6 luglio 2013

06.07.2013 - 12:12

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La decisione della Corte costituzionale di annullare parte dei due decreti legge (del 2011 e del 2012) relativi alle Province ha prodotto reazioni indignate di cittadini e di qualche leader politico. Ma cos’è realmente accaduto? Intanto va detto che i due provvedimenti non prevedevano affatto la soppressione delle Province, come molte televisioni e giornali hanno affermato compiendo un’opera di vera e propria disinformazione dell’opinione pubblica. In sintesi essi intervenivano su tre piani. Innanzitutto ridimensionavano le competenze attribuite alle Province, pur riconfermando in capo ad esse alcune funzioni “di area vasta”, cioè che vanno al di là della dimensione comunale. Su questo terreno c’è da registrare un ritardo incredibile dello Stato nella mancata attuazione della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in particolare per quel che riguarda la determinazione delle “funzioni fondamentali” da attribuire agli Enti locali. In secondo luogo i decreti legge trasformavano le Province da enti direttamente rappresentativi dei cittadini in organismi di secondo grado con un Consiglio eletto da sindaci e consiglieri comunali tra le proprie fila e un presidente a sua volta eletto dal Consiglio. Infine era prevista non la soppressione, ma l’accorpamento delle Province che dovevano passare da 86 a 51, anche grazie alla costituzione (anche questa con grave ritardo) di dieci città metropolitane. L’accorpamento delle Province doveva avvenire in base a criteri esclusivamente quantitativi (almeno 2500 chilometri quadrati e 300.000 abitanti). Nel caso dell’Umbria ciò avrebbe determinato la soppressione della Provincia di Terni con la conseguenza abnorme che il territorio dell’unica Provincia risparmiata avrebbe coinciso con quello della Regione. Tre erano i vizi che ispiravano questi interventi. Il primo: essi erano concepiti al di fuori di un quadro organico di revisione dell’intero sistema delle autonomie territoriali. Lo scalpo delle Province veniva demagogicamente offerto ai cittadini indignati per gli episodi di corruzione e per le ruberie, che per la verità stanno interessando soprattutto alcuni importanti consigli regionali. Secondo vizio: la giustificazione degli interventi era quella del contenimento della spesa pubblica, obiettivo di per sé condivisibile, ma nel quadro di una ridefinizione delle funzioni finalizzata ad avere enti che rispondano in modo adeguato ed efficiente alle esigenze delle comunità che rappresentano. Infine il vizio più grave (e imperdonabile per un governo di “tecnici”): pretendere con atti straordinari di necessità e di urgenza, come i decreti legge, di aggirare la norme costituzionali che qualificano le Province come enti costitutivi della Repubblica, dotati di propri statuti, poteri e funzioni e di autonomia finanziaria. Inoltre il ridimensionamento delle funzioni e l’accorpamento delle Province andava a ledere alcune competenze che sono non dello Stato, ma delle Regioni e quindi provocava una decina di ricorsi regionali che sostenevano l’incostituzionalità delle misure adottate. La Corte costituzionale non poteva fare nulla di diverso da quello che ha fatto, in quanto ad essa non competono le scelte politiche, ma solo verificare se la Costituzione sia stata rispettata. Quindi la vera responsabilità non è della Corte, ma di un governo che si è rivelato incompetente e ha cavalcato demagogicamente il malcontento popolare senza affrontare il nodo di fondo di una riforma organica e complessiva. Ciò detto, si possono abolire le Province? Certo: meglio abolirle che fare pasticciacci come quelli proposti che tendevano a ridurle a organismi di coordinamento non rappresentativi dei cittadini. Ma per abolire le Province occorre modificare vari articoli della Costituzione con una legge costituzionale. Rimarrebbe comunque un problema: a chi verrebbero attribuite le funzioni di area vasta oggi spettanti alle Province (ad esempio in materia di difesa del suolo, beni culturali, viabilità, smaltimento dei rifiuti, edilizia scolastica)? Pensiamo che sarebbero esercitate meglio da Comuni e Regioni? In ogni caso il personale delle Province (circa 61000 dipendenti) dovrebbe essere a sua volta trasferito a Comuni e Regioni. Ma il problema di fondo è  un altro: quando ci si deciderà ad operare una riforma complessiva dello Stato e delle autonomie? Che richiede a livello centrale il superamento del bicameralismo perfetto e la netta riduzione del numero dei parlamentari e a livello periferico la chiara individuazione dei livelli di governo (con l’accorpamento dei mini Comuni e la creazione delle città metropolitane), delle funzioni rispettive, dei meccanismi di collaborazione, di un sistema di controlli più efficace sull'utilizzazione delle risorse (oggi affidato di fatto alla sola magistratura). E perché in questo quadro non abolire gran parte dei numerosi enti infraregionali che attualmente costano più di 7 miliardi, quasi quanto le Province? L’eliminazione delle Province, lasciando in piedi tutto il resto, sarebbe l’ennesima dimostrazione di miope e interessato provincialismo.

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale
all’Università di Perugia
 

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