Finanziamento della politica

8 giugno 2013

08.06.2013 - 14:53

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Il disegno di legge presentato dal governo Letta sul finanziamento dei partiti è riuscito in un'impresa quasi impossibile: suscitare la critica sia di quanti sono contrari sia di quanti sono favorevoli al finanziamento pubblico. I primi hanno buoni argomenti. In primo luogo il superamento del finanziamento pubblico ai partiti è graduale e diventerà definitivo solo fra tre anni. Poi il meccanismo che dovrebbe sostituirlo, il 2 per mille sulla dichiarazione dei redditi che ogni persona potrebbe riservare ai partiti, è congegnato in modo tale da garantire comunque un finanziamento mascherato che sarà pubblico perché sarà posto a carico della fiscalità generale e quindi di tutti i contribuenti, anche di quelli che non volevano finanziare i partiti.
Infatti viene previsto che anche questi cittadini finanzieranno i partiti in proporzione alla scelta fatta da chi ha indicato un partito. Insomma un meccanismo analogo a quello che governa l'8 per mille, che consente a vari soggetti di essere finanziati anche da coloro, circa la metà dei contribuenti, che non compiono alcuna scelta. In realtà si tratta di un finanziamento pubblico bello e buono, perché basato su somme che lo Stato rinuncia ad incassare.
Ne è una conferma l'unico palliativo stabilito, il tetto di 61 milioni di euro per i fondi ai partiti. D'altro lato il d.d.l. scontenta quanti sono favorevoli al finanziamento pubblico e hanno buoni argomenti da far valere. Innanzitutto che i partiti svolgono funzioni di rilievo pubblico essenziali in un sistema democratico e comportano un costo, che in tutti i paesi democratici europei, ad eccezione della Svizzera, è a carico dello Stato. Viene quindi contestata l'abolizione pura e semplice, anche se graduata nel tempo. In secondo luogo si osserva che senza finanziamento pubblico viene a contare solo il potere del denaro e quindi facoltosi privati sono in grado di comprare un partito e di corrompere la vita politica per perseguire i propri interessi. Il fatto che il d.d.l. non stabilisca alcun tetto alle donazioni da parte di un privato è più che sospetto. Ed è opportuno ricordare che nel 1974 fu introdotto il finanziamento pubblico in conseguenza dell'esplodere di scandali derivanti da finanziamenti privati ed occulti ai partiti. Insomma la sensazione è che si stia perdendo una buona occasione per riformare seriamente e con equilibrio la materia.
Come? Lungo tre direttrici. In primo luogo riducendo il finanziamento pubblico alle spese elettorali effettivamente sostenute da partiti e movimenti che hanno superato una soglia minima di voti (ben superiore all'1% attualmente stabilito) e certificate da revisori dei conti esterni ai partiti. Ciò richiede un controllo serio da parte di autorità indipendenti su bilanci e rendiconti finanziari e anche severe sanzioni a carico di chi gonfi le spese e chieda rimborsi non dovuti. E naturalmente impone che sia stabilito un tetto alle spese elettorali. D'altro lato va incoraggiato il finanziamento dei singoli, quello che in passato costituiva gran parte delle risorse percepite da partiti che avevano un forte radicamento sociale.
E allora ben venga il 2 per mille, ma calcolato solo sulle dichiarazioni di quelli che espressamente decidano di finanziare un partito. E per le altre donazioni si stabilisca un tetto massimo che eviti la compravendita e l'ulteriore corrompimento della politica. Infine va previsto un finanziamento pubblico della politica sotto forma di servizi (ad esempio per la propaganda e la comunicazione) a favore sia dei partiti sia delle numerosissime associazioni che fanno politica anche senza partecipare alle elezioni. Il tutto naturalmente subordinato alla dimostrazione di avere un seguito significativo e una importante presenza nella società. Ma tutto questo non basta. Occorrerebbero altri due tasselli per completare la riforma della politica.
Va resa più severa, la legge sulla corruzione. Infatti la legge Severino approvata alla fine dell'anno scorso consente a chi abbia una condanna definitiva non superiore a due anni di entrare in Parlamento e, con la previsione di un autonomo reato di concussione per induzione (nell'ipotesi in cui il pubblico ufficiale non costringe ma "induce" qualcuno a fare favori indebiti), per il quale la pena è stata ridotta, sta mandando in prescrizione il reato compiuto da vari personaggi eccellenti. Infine è giunto il tempo di dare attuazione al "metodo democratico" che l'art. 49 della Costituzione impone ai partiti per concorrere a determinare la politica nazionale. Fino ad oggi è stato inteso riduttivamente come rispetto delle regole democratiche nell'attività esterna del partito. Occorre una legge quadro che fissi dei paletti volti a garantire anche la democraticità interna dei partiti e quindi stabilisca un controllo sugli statuti da parte di autorità indipendenti e adeguate sanzioni a carico di chi non rispetti requisiti minimi di democraticità. Qui si misura ancora di più la distanza tra le previsioni del d.d.l. governativo e quel che sarebbe veramente necessario.

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale

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