Presidenzialismo all'italiana

25 maggio 2013

25.05.2013 - 15:17

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Nell’editoriale di sabato scorso ho tratteggiato un quadro sintetico della forma di governo presidenziale degli Stati Uniti e di quella “semi-presidenziale” della Quinta Repubblica francese.
Ho aggiunto che parte del mondo politico guarda non al primo, ma al secondo modello. Certo, l'eventuale importazione del sistema presidenziale con i suoi equilibri costituzionali non sarebbe facile, perché dovrebbe affrontare il problema del "governo diviso", derivante dalla possibile dissociazione tra maggioranza presidenziale e maggioranza parlamentare.
Questo fenomeno è da qualche decennio molto frequente negli Stati Uniti, ma non impedisce il governo del Paese grazie alla natura flessibile ed elettoralistica dei partiti americani, che consente al Presidente di cercare maggioranze parlamentari trasversali sulle sue proposte. Ma per riuscire nel suo scopo il Presidente deve negoziare e fare concessioni annacquando il suo programma di governo, com'è avvenuto ad Obama per la riforma sanitaria. Trapiantare partiti di tipo americano in un paese europeo pare velleitario e forse non è neppure desiderabile.
E quindi una situazione di governo diviso porterebbe allo stallo e ad un aspro conflitto istituzionale. Non è questa la ragione che spinge i nostri "costituenti" verso il modello francese. In realtà essi muovono da una concezione semplificata di democrazia, nella quale l'accento viene posto esclusivamente sulla decisione e non sulla crisi della rappresentanza. E allora se i partiti sono in crisi e non riescono ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, se il Parlamento è delegittimato nella sua rappresentatività dall'orribile Porcellum, esercita un'attività legislativa in gran parte limitata a convertire in legge i decreti-legge del Governo, ha poteri di controllo scarsi e non paragonabili a quelli del Congresso nordamericano, si propone di bypassare i problemi facendo ricorso ad un uomo eletto dal popolo, al quale affidare insieme il potere esecutivo e la funzione di Capo dello Stato.
I cittadini vengono abbindolati dalla prospettiva di eleggere direttamente il "decisore" supremo. Ma questa soluzione corre il rischio di peggiorare la situazione e di affidare il potere ad una persona che potrebbe coltivare più i suoi interessi personali o di parte che quelli della collettività senza trovarsi di fronte quei contrappesi, come l'esistenza di un Parlamento forte, che caratterizzano il sistema presidenziale nordamericano.
Tanto più che storicamente gli italiani hanno manifestato la loro propensione nei periodi più delicati della loro storia a credere nell' "uomo della Provvidenza", cioè in un capo carismatico al quale affidare la risoluzione miracolistica dei problemi nazionali. Salvo poi ricredersi e gettare nella polvere il leader che era stato incensato e portato al potere.
Una riforma presidenzialistica, che non tenga conto di questo humus storico e culturale, può produrre sfracelli. Inoltre è evidente che l'elezione popolare del Presidente della Repubblica e la sua trasformazione in capo effettivo del Governo sottrarrebbe al Paese una risorsa, che si è rivelata preziosa negli ultimi venti anni, per stemperare gravi conflitti politici e istituzionali e porre qualche argine al potere della maggioranza. Possiamo permetterci questa rinuncia? Ma ecco spuntare una formula accattivante: eleggiamo il "Sindaco d'Italia". Purtroppo si tratta di una formula la cui popolarità è pari all'inconsistenza.
Intanto tra le competenze di un Sindaco e quelle di un capo del Governo vi sono differenze determinanti. Il primo si occupa prevalentemente del funzionamento dei servizi per la popolazione locale, mentre il secondo della politica complessiva del Paese, che ha un'incidenza determinante sui diritti delle persone. Inoltre il sistema elettorale per l'elezione dei Consigli comunali con più di 15000 abitanti è di tipo proporzionale con un premio di maggioranza a favore delle liste collegate al Sindaco vincente.
Il che non esclude la possibilità che sia l'opposizione ad ottenere la maggioranza dei seggi e a costringere il Sindaco nella posizione dell'"anatra zoppa" (per usare un' espressione nordamericana). Se invece si vuole adottare il modello francese, i casi sono due: o il Parlamento si ridurrà ad un ruolo vassallo nei confronti di un Presidente strapotente e politicamente irresponsabile oppure si avrà una coabitazione tra un Presidente e un Governo, espresso dalla maggioranza parlamentare, di opposto colore politico, il che non sarebbe certo positivo per la "governabilità".
Quel che ci serve non è una scorciatoia presidenzialistica, ma ricreare la fiducia tra società civile e istituzioni che si è smarrita negli ultimi decenni. E per fare questo la strada migliore è quella di razionalizzare la forma di governo parlamentare con congegni che l'ha rendano più funzionante, come avviene nella maggioranza dei Paesi democratici.

Mauro Volpi
(Docente di Diritto Costituzionale all’Università di Perugia)

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