Una convenzione (ri)costituente

4 maggio 2013

04.05.2013 - 15:31

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Ci risiamo. Da più di venti anni si parla di riforma costituzionale e si inventano nuove procedure costituenti. Si è cominciato con la Commissione bicamerale De Mita - Jotti nel 1992/93. Poi è stata la volta della Commissione bicamerale D'Alema nel 1997/98.
In entrambi i casi si è previsto con legge costituzionale un procedimento eccezionale in deroga a quello stabilito dalla stessa Costituzione (all'art. 138) per le revisioni del testo. Il risultato: zero assoluto. Non solo non è stata fatta la "grande" riforma auspicata da alcuni, ma neppure specifiche e puntuali revisioni costituzionali, come il superamento del bicameralismo paritario, con la creazione di un Senato delle Regioni e l'attribuzione del voto di fiducia per il Governo alla sola Camera dei deputati, e la riduzione del numero dei parlamentari.
Ora gli strateghi della riforma, gli stessi che in un anno e mezzo di governo Monti non sono stati in grado di cambiare la legge ordinaria che disciplina il sistema elettorale, ci spiegano che le vecchie Bicamerali sono fallite perché hanno subito le tensioni del mondo politico. Manon era proprio per questa ragione che si era voluto evitare il procedimento previsto dalla Costituzione che passa per una fase iniziale di esame dei disegni di legge costituzionali da parte delle due commissioni competenti di Camera e Senato? Ora ci spiegano che la formazione di commissioni speciali non ha funzionato. E allora tirano fuori dal cilindro un nuovo coniglio. La parola magica è "Convenzione". Di cosa si tratta? Una sola cosa è certa: per fare funzionare la Convenzione occorrerà approvare una legge costituzionale in deroga all'art. 138 e quindi dovranno passare alcuni mesi prima che si discuta del contenuto delle riforme.
In quella sede dovrebbero essere sciolti i nodi sul tappeto. Qualche ingenuosi è spinto a pensare che per evitare i condizionamenti della politica la Convenzione dovrebbe essere formata esclusivamente da esperti. Ma la smentita è venuta subito dall'autorevole candidatura alla presidenza del nuovo organismo di Berlusconi, al quale evidentemente non basta che un esponente del suo partito (Quagliarello) sia stato nominato ministro delle riforme. Molto meglio apparire come novello "padre costituente".
È naturale che il PD, per quanto in stato confusionale, non potrebbe accettare una soluzione di questo tipo. Ecco allora che sembra farsi strada una soluzione di compromesso e viene proposto il nome di Roberto Calderoli. Non è un omonimo. È lo stesso Calderoli primo firmatario dell'orribile legge elettorale che è stata denominata Porcellum grazie ad una sua intervista televisiva nella quale ammetteva che l'allora maggioranza di centro- destra alla vigilia delle elezioni del 2006 aveva fatto una "porcata".
E dè quel Calderoli che si riunì insieme ad altri tre "padri costituenti" nella baita di Lorenzago per proporre una riforma della seconda parte della Costituzione che fu approvata nel 2005 dalla maggioranza parlamentare, ma venne sonoramente bocciata dal corpo elettorale nel referendum del 25/26 giugno 2006. Insomma Calderoli come un novello Meuccio Ruini, il grande giurista e uomo politico che ai tempi dell'Assemblea costituente presiedette la Commissione dei settantacinque incaricata di redigere il testo della Costituzione. Basterebbe questo per farci capire che non si tratta di una cosa seria.
Ma il guaio è che non siamo su "Scherzi a parte", ma abbiamo a che fare con quello che passa oggi il convento della politica. E allora proviamo a far ragionare gli aspiranti "costituenti". Siete proprio sicuri che l'ostacolo alle revisioni della Costituzione stia nel procedimento dell'art. 138, che è uno dei meno complessi tra quelli previsti nel mondo democratico? O non stia piuttosto nella incapacità della politica di provvedere a quel che è veramente urgente e indispensabile per fare funzionare meglio le istituzioni, a cominciare dalla riforma del sistema elettorale con legge ordinaria? E anche nella furia iconoclasta con cui molti vorrebbero sbarazzarsi della Costituzione, immaginando procedimenti che possono surrettiziamente mascherare da riforma un processo costituente che potrebbe travolgerla nel suo insieme? E poi siete sicuri che assemblando in un unico testo proposte di modifica di varie parti della Costituzione, sia più facile che la riforma sia approvata? Non vi hanno insegnato nulla i precedenti che dimostrano che più cose si mettono insieme più è facile che le opposizioni alle singole proposte si sommino e facciano fallire l'intera proposta? Infine, non sarebbe meglio che un governo che non sembra avere avanti a sé un radioso avvenire, si accontenti di mettersi subito all'opera per quelle riforme urgenti e quegli aggiornamenti costituzionali che ci consentirebbero di tornare al voto con qualche speranza in più di avere un sistema funzionante? Ma qui si misurerebbe l'effettiva volontà politica di trovare un accordo. Meglio abbaiare alla luna e deviare l'attenzione dei cittadini verso i massimi sistemi. Per fortuna con scarsissima probabilità di cambiarli.


Mauro Volpi
Docente di diritto Costituzionale

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