Paradossi del presidenzialismo

27 aprile 2013

27.04.2013 - 15:54

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La rielezione di Napolitano al Quirinale contiene elementi di novità di cui non si può negare la rilevanza. Intanto costituisce la rottura della regola convenzionale, non scritta ma sempre rispettata in passato dalle forze politico parlamentari, che escludeva la rielezione di un Presidente uscente. Certo: la Costituzione non contiene alcun divieto di rieleggibilità ma si tratta comunque di un avvenimento eccezionale, alla luce sia dei poteri significativi attribuiti dalla Costituzione al Capo dello Stato, sia della lunga durata (ben sette anni) del suo mandato. Altre novità risultano dal discorso del neo Presidente che in occasione del giuramento di fronte al Parlamento in seduta comune.
Napolitano, nel constatare la situazione di ingovernabilità parlamentare, derivata anche da una pessima legge elettorale, ha rivendicato l'assunzione di un ruolo di supplenza straordinario nella formazione del Governo, usando anche la minaccia delle proprie dimissioni. E lo ha fatto denunciando con parole durissime l'incapacità e la "sordità" dei partiti, i cui rappresentanti hanno incredibilmente applaudito le reprimende che venivano loro rivolte. Ma soprattutto il Presidente ha dato indicazioni chiare sulle caratteristiche che dovrà assumere il nuovo Governo, anche se nella parte finale del suo discorso ha ribadito che non gli compete dare mandati vincolanti, ma solo nominare un governo che abbia la fiducia delle Camere e che si dia un programma "secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune".
La prima indicazione è quella della necessità di dare vita ad un governo di larghe intese, ipotesi perorata dal Presidente fin dall'inizio, ma che si era scontrata con l'indisponibilità dei partiti. Ora, nel contesto politico-parlamentare che si è venuto a creare, ciò equivale a indicare un governo fondato su una maggioranza costituita da Pd, Pdl e Scelta Civica. In secondo luogo il Presidente ha indicato come canovaccio per le riforme istituzionali e per gli interventi in materia economico-sociale i documenti elaborati dai due gruppi di "saggi" da lui nominati. Per definire la situazione che si è venuta a creare vari commentatori e uomini politici hanno parlato di presidenzialismo strisciante, di fatto o, più prudentemente, preterintenzionale. E alcuni hanno auspicato l'adozione del (semi)presidenzialismo alla francese. Mi riservo di entrare nel merito della proposta in successivi commenti.
Qui mi limito a sottolineare che la suggestione presidenzialista deve scontare due evidenti paradossi. In primo luogo deve fare leva sull'intervento come organo risolutore dello "stato di eccezione" di un Presidente che nel corso del suo primo settennato ha più volte manifestato l'opinione che la via riformista più saggia sia il mantenimento di una forma di governo parlamentare, pur rivisitata con opportuni aggiornamenti (a cominciare dall'abbandono del bicameralismo paritario), anziché l'adozione di una soluzione semipresidenziale alla francese, caratterizzata dalla carenza di contropoteri e da squilibri istituzionali.
In questo senso è stato particolarmente significativo il discorso che Napolitano ha tenuto alle Camere nel 2008 per celebrare il sessantesimo anniversario della Costituzione. Il secondo paradosso è ancora più importante. L'intervento straordinario del presidente e le modalità della sua rielezione derivano dal forte consenso popolare di cui gode nel paese, che è molto superiore a quello che gli veniva attribuito dopo la sua prima elezione da parte della sola maggioranza di centro- sinistra. Tutto ciò è stato reso possibile proprio dalla collocazione dell'organo presidenziale al di sopra delle parti e al di fuori del gioco politico. Se così non fosse stato, anche il Presidente sarebbe stato coinvolto in prima persona dal discredito che ha investito i partiti e le istituzioni di governo.
Ebbene, la proposta semipresidenzialistica punta su un modello, quello francese, basato sull'elezione popolare di un presidente quale capo effettivo del potere esecutivo. Ma in questo modo si verrebbe a pregiudicare proprio la possibilità di fare ricorso in situazioni di grave crisi politico-istituzionale ad un Presidente rappresentante dell'unità nazionale e ben accetto a tutte le parti politiche, in quanto egli diventerebbe inevitabilmente il leader della maggioranza politica e sarebbe sottoposto alle contestazioni e quindi alla perdita di consenso che in ogni democrazia l'azione di governo comporta. Tutto ciò sempre che il Presidente abbia una maggioranza che lo sostenga all'interno del Parlamento. Perché, se la maggioranza parlamentare fosse diversa o ostile a quella presidenziale, esito che un sistema semipresidenziale non può escludere e che in Francia viene chiamato "coabitazione", allora nel contesto italiano avremmo una situazione di stallo ancora più devastante di quella che si è verificata dopo le ultime elezioni e a quel punto non sapremmo più a che Santo votarci.

Mauro Volpi
Docente di Diritto Costituzionale

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