Dignità nazionale

13 aprile 2013

13.04.2013 - 10:23

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Non ci si può stupire se nel nostro Paese la dignità nazionale sia precipitata a livelli minimi. Per anni si è tollerato che ministri della Repubblica facessero dichiarazioni contro l’unità nazionale e vilipendessero la bandiera. E che uomini politici macchiassero la Repubblica con comportamenti in aperto contrasto con la disciplina e con l’onore che i titolari di cariche pubbliche, in base alla Costituzione dovrebbero dimostrare nell’esercizio delle loro funzioni. Ma la vicenda dei Marò attualmente in attesa di processo in India è stata particolarmente grave. Si è passati da toni ultranazionalisti, che esaltavano l’ “eroismo” dei due militari e dal rifiuto di riconsegna all’India ad una precipitosa marcia indietro e all’accettazione della giurisdizione indiana. E ha brillato per la sua ignavia l’ex ministro degli esteri Terzi, il quale non ha dichiarato alcun dissenso all’interno del Consiglio dei ministri, per poi sottrarsi alla propria responsabilità annunciando di fronte al Parlamento le proprie dimissioni, che potrebbero valergli una ricompensa politica. Qualche giorno fa un intellettuale di destra, Marcello Veneziani, ha sottolineato come il comportamento dei due Marò, senz’altro apprezzabile per l’obbedienza ad ordini superiori, non possa essere considerato un esempio di “eroismo”. L’uccisione di due pescatori indiani, scambiati per pirati, non è un gesto di cui andare fieri. E soprattutto i due militari agivano in quel momento al servizio di un armatore privato, in virtù di una direttiva impartita dall’ex ministro La Russa, che non ha determinato con esattezza le regole di ingaggio sul ruolo di militari italiani a bordo di mercantili privati. Certo, vi sono molti dubbi sulla competenza giurisdizionale dello Stato indiano se il fatto è avvenuto in acque internazionali. E si può deplorare il trucco con il quale la nave italiana è stata indotta ad approdare in India. Ma a quel punto la questione doveva essere affrontata in sede giurisdizionale. L’Italia avrebbe dovuto pretendere un giudizio rapido e circondato dalle più ampie garanzie e riservarsi di avanzare in quella sede tutte le obiezioni di competenza e di merito. Una volta assunto l’impegno di rimandare i Marò in India subito dopo le elezioni, come aveva fatto dopo le ferie natalizie, lo Stato italiano non poteva certo rimangiarsi la parola data se non a prezzo di una drammatica perdita di credibilità della propria immagine agli occhi del mondo. Alla vicenda dei Marò è stata ricollegata la concessione della grazia da parte del Capo dello Stato ad un militare americano, condannato in via definitiva a sette annidi carcere per aver partecipato insieme a ventidue agenti della Cia al rapimento in territorio italiano dell’Imam Abu Omar, che aveva lo status di rifugiato politico, poi trasportato in Egitto e qui sottoposto a ripetute torture. Due gli argomenti avanzati per la concessione dell'atto di clemenza. Il primo fa riferimento al nuovo corso di Obama in materia di sicurezza nazionale, che ha posto fine a “pratiche ritenute dall’Italia e dall’Unione europea incompatibili con i principi fondamentali di uno stato di diritto”. Insomma si tratta di una considerazione di opportunità politica, il che dimostra quanto fossero giustificabili le critiche di molti costituzionalisti alla Corte Costituzionale che nel 2000 aveva qualificato la grazia come atto rientrante nella discrezionalità del Presidente in ragione della sua natura esclusivamente umanitaria e personale. Nel merito si può dubitare del fatto che la politica americana sia del tutto cambiata, visto che pochi giorni fa l’alto commissario della Nazioni Unite ha accusato l'amministrazione Usa di “chiara violazione della legge internazionale” per non aver provveduto alla chiusura della prigione di Guantanamo, nella quale sono rinchiusi in condizioni disumane detenuti la metà dei quali sono state prosciolti. Il Presidente ha fatto poi riferimento ad una recente modifica al codice di procedura penale che amplia l’istituto della rinuncia da parte del ministero della giustizia alla giurisdizione sui reati commessi da militari Nato. Ciò dovrebbe rafforzare la richiesta che i militari italiani per i reati commessi all’estero siano giudicati in Italia. Ma la nostra rinuncia a giudicare militari stranieri non comporta una automatica rinuncia da parte di un Paese come l’India nei confronti dei nostri militari. E si dà il caso che il militare graziato ha compiuto un’azione ritenuta legittima negli Stati Uniti e per la quale quindi non potrà essere in alcun modo giudicato. Torna qui alla mente la terribile vicenda del Cermis, quando gli aviatori americani, che avevano causato “per divertimento” una strage furono processati nel loro paese e condannati a pene ridicole. Occorrerebbe allora auspicare un ordine internazionale, nel quale non siano previste immunità di sorta per chi abbia commesso crimini contro l’umanità. Enel quale l’Italia torni a svolgere un ruolo significativo.

Mauro Volpi

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