Governo ibernato

6 aprile 2013

06.04.2013 - 10:55

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“Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. Questo vecchio aforisma di Mussolini, che non ha impedito al suo autore di imporre un regime autoritario che ha portato il Paese alla rovina, potrebbe oggi essere rispolverato da chi pensa che in Italia si possa fare a meno di un governo. Il modello è quello del Belgio, dove per 541 giorni è restato in carica un governo dimissionario, che è andato al di là dell’ordinaria amministrazione in un contesto in cui le diverse Comunità e le Regioni esercitano funzioni molto importanti. In Italia il governo Monti deve limitarsi all’ordinaria amministrazione e ai provvedimenti improrogabili ed urgenti. E appartiene al mondo della pura fantasia extra costituzionale immaginare che possa con decreto cambiare la legge elettorale sia perché è dimissionario sia perché si tratta di una materia nella quale la decretazione di urgenza può intervenire eccezionalmente solo su questioni di dettaglio, ma non sulla formula elettorale, che è materia riservata al Parlamento. D’altronde, se è vero che non è stato sfiduciato, il governo in carica non ha neppure avuto la fiducia del nuovo Parlamento e il Presidente del consiglio ha subito una sonora sconfitta alle elezioni, alle quali, forse improvvidamente, ha partecipato. A sua volta il Parlamento non può certo dare attuazione ad un indirizzo politico che può nascere solo dall’approvazione del programma di governo. Il che non significa che sia impotente in quanto vi sono temi, come la revisione della Costituzione, la legge elettorale, i diritti fondamentali, che dovrebbero essere esterni all’agenda di governo e quindi poter essere affrontati dalle Camere. Anche se negli ultimi venti anni non sono mancati tentativi di intervenire su di essi a colpi di maggioranza (e il Porcellum ne è stato l’esempio peggiore). Ma qual è la formula di governo praticabile? Qui la fantasia italica si è sbizzarrita: si è parlato di governo di larghe intese, del Presidente, tecnico, istituzionale, di scopo, a bassa intensità. E speriamo che sia finita. Il guaio è che quelle formule o non significano nulla o occultano il tema della composizione e del programma del futuro governo. Non va dimenticato che la nostra è una forma di governo parlamentare fondata sul rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento. E la tesi molto di moda del "presidenzialismo di fatto” (ma fino a ieri si sosteneva che vi era un Premier eletto di fatto dal corpo elettorale!) rivela la sua scarsa consistenza alla luce dell’ultimo tentativo del Presidente Napolitano, che appare rivelatore più che di un potere forte di uno stato di impotenza. Il ricorso ai “saggi” è stato giustificato perché da noi non sarebbe possibile un governo di minoranza. Non è così, in quanto la Costituzione richiede la maggioranza semplice (dei votanti) e non quella assoluta dei componenti per la fiducia delle due Camere. Al Senato tuttavia le astensioni equivalgono a voti contrari. A questo proposito basterebbe una semplice modifica del regolamento interno, che consideri gli astenuti come non votanti, come avviene alla Camera dei deputati. Un’idea troppo semplice per quanti sono impegnati ad immaginare epocali riforme costituzionali! Una volta deciso di non nominare un governo Bersani da inviare alle Camere, il Presidente ha dovuto constatare l’impossibilità di dare vita ad un governo istituzionale, sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare e con un programma limitato. E quindi ha ripiegato sulla inedita invenzione dei saggi che, per le sue limitazioni temporali e funzionali, non avrà alcuna incidenza né sulla personalità che avrà l’incarico né sul futuro governo, se ve ne sarà uno. Insomma in pratica il Quirinale ha guadagnato tempo. A questo punto le forze politiche devono assumersi le proprie responsabilità. Chi rifiuta qualsiasi alleanza e vuole governare da solo opera non per l’autonomia del Parlamento, e tanto meno per la democrazia diretta, ma per lo scioglimento anticipato delle Camere. Chi vuole un governo politico di unità nazionale deve sapere che questo, ammesso che sia possibile trovare un accordo sul terreno economico-sociale, non potrà proporre riforme sulla corruzione e sul conflitto di interessi e dovrà garantire l’eleggibilità e una immunità tombale al leader del centro-destra. Quanto possa reggere una coalizione di maggioranza di questo tipo e quanto possa incrementare il voto di protesta che si gioverebbe della denuncia dell’ “inciucio”, ognuno è in grado di giudicare. Una cosa è certa: spetterà al nuovo Presidente riprendere il filo della matassa. E al momento le soluzioni prospettabili sono solo due: o un governo di centro-sinistra ampiamente maggioritario alla Camera che riesca al Senato ad ottenere un voto di non sfiducia oppure un governo presieduto da una figura istituzionale che proponga poche riforme (e tra queste una nuova legge elettorale, il superamento del bicameralismo perfetto e misure urgenti di carattere economico-sociale) in vista di un ritorno non lontano alle urne.

Mauro Volpi

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