Governo del presidente

30 marzo 2013

30.03.2013 - 14:09

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Da qualche giorno viene da più parti invocato il “Governo del Presidente” come formula miracolosa che consentirebbe il superamento di uno stato di crisi politico-istituzionale: a livello nazionale come soluzione alla difficoltà di dare vita al Governo dopo le ultime elezioni, soprattutto a causa della inesistenza al Senato di una maggioranza "politica"; nella Regione dell’Umbria come ipotesi caldeggiata dai consiglieri dell’opposizione. in seguito alle divisioni che si sono manifestate all’interno della maggioranza in occasione dell’adozione del documento annuale di programmazione. Con la formula in questione si fa riferimento ad un esecutivo la cui composizione viene decisa dal presidente anziché dalle forze politiche presenti in Parlamento (o nel Consiglio regionale). Ma occorre subito rilevare una netta differenza tra la situazione regionale e quella nazionale. Nella Regione dell’Umbria nel nuovo statuto è stata adottata una forma di governo presidenzialistica, nella quale il presidente, eletto dal corpo elettorale, nomina i componenti della Giunta senza avere bisogno di alcun voto di fiducia da parte del consiglio, il quale, se decide a maggioranza dei componenti di sfiduciare il presidente, paga il prezzo del proprio scioglimento automatico. Insomma nelle Regioni è indiscutibile il ruolo politicamente preminente del presidente che si trova alla testa dell’organo esecutivo. Quindi in linea teorica egli può fare scelte autonome rispetto agli stessi partiti che fanno parte della maggioranza consiliare. Quanto poi alla praticabilità dell'ipotesi, questa sarebbe tutta da verificare per la difficoltà per il Presidente di prescindere totalmente dalle indicazioni dei partiti di maggioranza e per la frammentazione politica esistente in Consiglio (che deriva anche dalla legge elettorale in vigore). A livello nazionale invece la Costituzione stabilisce una forma di governo parlamentare, nella quale il presidente è un organo imparziale, in quanto rappresentante dell’unità nazionale, non è capo dell’esecutivo, ma è un potere a sé stante, viene eletto dal Parlamento in seduta comune integrato da un numero ridotto di delegati delle Regioni (58 in tutto). È pur vero che egli nomina il Governo, ma questo per entrare nella pienezza dei suoi poteri deve avere la fiducia di entrambe le Camere, senza la quale è tenuto a dimettersi. Deve insomma ottenere il sostegno di una maggioranza parlamentare. Si può verificare in situazioni di stallo e di difficoltà di formare il Governo che il Capo dello Stato assuma un ruolo più incisivo, come si è verificato negli ultimi venti anni con la formazione di governi tecnici, formati interamente da personalità esterne alla politica, e con il tentativo di dare vita a governi istituzionali, presieduti da un'alta carica dello Stato e con funzioni delimitate ad alcune questioni urgenti. In tutti questi casi il Presidente fa da levatrice al nuovo esecutivo, fino al punto di indicare talvolta anche i temi dell'agenda di governo. Ma in ogni caso non può spingersi fino alla determinazione dell'indirizzo politico del Governo, indicando i contenuti del suo programma, né tanto meno può imporlo contro la volontà della maggioranza parlamentare. Se lo facesse andrebbe al di là dei limiti che la Costituzione gli impone. Per questo la formula "Governo del Presidente", applicabile alle Regioni, è fuorviante se riferita al livello nazionale in quanto evoca un ruolo direttivo del Capo dello Stato non solo nella formazione del Governo, ma anche sul suo orientamento politico-programmatico. Ma il ricorso ad una formula discutibile non è sempre innocente, provenendo talvolta da chi auspica l'avvento di un sistema presidenziale, nel quale il Presidente, eletto dal popolo, sia l'effettivo titolare dell'indirizzo politico. Spesso sono gli stessi che negli ultimi venti anni hanno sostenuto che il Presidente del Consiglio era di fatto eletto dal popolo e quindi ciò ridimensionava i poteri del Capo dello Stato, sia della nomina del Governo rigidamente vincolata dal risultato delle elezioni, sia dello scioglimento delle Camere che sarebbe stato obbligato qualora il Governo "eletto dal popolo" fosse entrato in crisi. Peccato che queste elucubrazioni fossero in contrasto con la Costituzione e abbiano ricevuto dure smentite dalla realtà (con la formazione nel corso della legislatura di governi sostenuti da maggioranze diverse da quelle iniziali). Ecco allora che i sostenitori dell'ipotesi dell' "uomo solo al comando" con una svolta di 360 gradi hanno ripiegato sul ruolo decisivo del Capo dello Stato. Purtroppo per loro anche per dare vita ad un sistema presidenziale occorrerebbe una revisione della Costituzione. Ma proprio le vicende di questi giorni dimostrano la flessibilità della forma di governo parlamentare, nella quale l'esistenza di un Presidente super partes può essere una risorsa preziosa per superare gli stati di crisi, alle quali sarebbe bene non rinunciare, come inevitabilmente avverrebbe se egli, a cominciare dall'elezione popolare, fosse personalmente coinvolto nella lotta politica.

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale  

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