Mandato imperativo?

23 marzo 2013

23.03.2013 - 14:20

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 "Il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi diversi e ostili... è invece un'assemblea deliberativa di una nazione... ove non debbono essere gli scopi o i pregiudizi locali a guidare le decisioni, ma il bene comune che nasce dalla ragione generale". Così nel 1774Edmund Burke, filosofo e politico inglese, si rivolgeva agli elettori di Bristol, formulando per la prima volta il principio del divieto del mandato imperativo che è stato sancito negli ordinamenti liberali e in quelli democratici. Ed è con chiarezza formulato dall'art. 67 della Costituzione italiana. Qual è il suo significato? Il riconoscimento della libertà del parlamentare che deve essere finalizzata al perseguimento dell'interesse generale e non di interessi particolari, settoriali o privati. Con l'avvento delle democrazie pluralistiche e dei partiti la libertà politica del parlamentare si è ridotta, ma non è scomparsa. Intanto perché vi sono questioni di coscienza o relative alla scelta di persone sulle quali non dovrebbe valere una rigida disciplina di partito. Basti prendere l'esempio del Regno Unito dove la forte disciplina dei gruppi parlamentari non impedisce la manifestazione di ampi dissensi nella maggioranza,com'è avvenuto nel gruppo laburista ai tempi della seconda guerra in Irak e come sta avvenendo in quello conservatore sulla questione del riconoscimento del matrimonio tra omosessuali.
Purtroppo in Italia ciò non è stato possibile negli ultimi venti anni a causa del bipolarismo muscolare che ha impedito voti trasversali sulle questioni di coscienza. In secondo luogo se un parlamentare si dissocia dal proprio gruppo su un importante voto politico, potrà subire sanzioni disciplinari fino all'espulsione dal gruppo, ma continuerà ad esercitare la sua funzione di parlamentare. Qui si innesta la questione di quel male antico caratteristico del nostro Paese che va sotto il nome di trasformismo, consistente nel cambio di casacca nel corso della legislatura di un alto numero di parlamentari (164 nell'ultima) che contribuisce a rendere fragili le maggioranze e deboli i governi. E soprattutto che in molti casi è determinato non dall'effettivo cambiamento delle convinzioni politiche, ma dal conseguimento di vantaggi materiali, come un incarico di governo, la promessa della rielezione o di somme di denaro. Cosa fare allora per contrastare questa degenerazione? Recentemente Grillo ha proposto l'abrogazione dell'art. 67, manifestando l'esigenza di un controllo assoluto e rigido sui parlamentari del Movimento 5 Stelle, definiti a più riprese come "ragazzi" inesperti e facili vittime di manovre. Insomma la logica manifestata dal fondatore leader del Movimento assomiglia sempre più a quella di una setta che non tollera la manifestazione del dissenso né la libera espressione della volontà del parlamentare. Se ne è vista l'applicazione pratica in occasione dell'elezione del nuovo presidente del Senato, dove dodici senatori grillini hanno "osato" votare per Grasso in dissenso dal proprio gruppo.
E quindi hanno dovuto esprimere auto confessioni o autocritiche pubbliche, che ricordano tristi periodi storici o regimi statali o di partito autoritari. Forse gli eletti del M5S, tra i quali molti giovani, donne e persone di ottimo livello culturale, devono rendersi conto che, nel momento in cui si decide di entrare in Parlamento, è impossibile mantenere una purezza messianica, ma si devono fare scelte, cercare accordi, "parlare" con gli altri, concludere alleanze, se non generali, su singole questioni per realizzare almeno una parte del programma presentato agli elettori. C'è poi la questione del "metodo democratico" il cui rispetto è imposto ai partiti dall'art. 49 della Costituzione.
E allora si è disposti ad approvare una legge quadro che contenga principi essenziali sulla democraticità dell'organizzazione interna dei partiti o si preferisce continuare a tollerare partiti personali o padronali, non certo rivolti al perseguimento del "bene comune"? E sarà in futuro tollerato il dissenso su votazioni che non abbiano carattere politico generale? Ma allora come scoraggiare il trasformismo? Intanto modificando una legge elettorale che con le sue liste bloccate da un lato favorisce il massimo servilismo nei confronti del leader o di ristretti gruppi dirigenti che hanno stabilito l'ordine di collocazione nella lista, dall'altro incoraggia il trasformismo rendendo possibile la sicura rielezione del parlamentare transfuga. Occorrono poi modifiche ai regolamenti parlamentari, che impediscano la costituzione di nuovi gruppi parlamentari non corrispondenti alle liste che si sono presentate alle elezioni. Infine va resa più rigorosa la legislazione sulla corruzione con la previsione di nuovi reati, di pene più severe e dell'allungamento dei tempi di prescrizione del reato (che attualmente consentono a corrotti e corruttori di farla quasi sempre franca). Insomma ci vogliono riforme che ci diano parlamentari non al servizio del padrone di turno oppure pronti a vendersi, ma onesti, responsabili e capaci di autodeterminarsi.

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale all'Università di Perugia

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