Immunità o impunità?

16 marzo 2013

16.03.2013 - 14:56

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La manifestazione dei parlamentari del Pdl all’interno del palazzo di giustizia di Milano e davanti all’aula dove si sta celebrando il processo per il caso Ruby è un fatto grave e inedito nella storia italiana. Perfino il regime fascista non aveva mai osato mettere direttamente in discussione l’indipendenza della magistratura, anche se aveva esercitato un condizionamento indiretto e aveva creato un giudice speciale che aveva condannato a migliaia di anni di carcere o di confino gli oppositori politici. Certo, si tratta di parlamentari non eletti direttamente, ma nominati grazie all’orribile Porcellum e che in gran parte avevano votato mozioni con le quali si dava credito alla convinzione che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Ma questo non consola.
Oltre all’oggettiva intimidazione nei confronti dei giudici che stanno celebrando dei processi, vi è al fondo una concezione della democrazia secondo la quale l’elezione dovrebbe cancellare i reati o bloccare i processi. Non è così in nessun Paese democratico. In alcuni è prevista la sospensione dei processi nel corso del mandato per il solo Presidente della Repubblica, non per i parlamentari né tanto meno per i membri del Governo. In Italia sono state approvate due leggi, nel 2004 e nel 2009, che prevedevano la sospensione per le alte cariche dello Stato, ma sono state entrambe dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale. In particolare i parlamentari sono indagabili e processabili, mentre occorre l'autorizzazione della Camera di appartenenza per sottoporli a misure limitative della libertà personale e della libertà di comunicazione. Viene invocato allora il legittimo impedimento, ma la legge del 2010, che stabiliva un trattamento privilegiato per i membri del Governo, è stata prima sfrondata dalla Corte Costituzionale, poi definitivamente abrogata nel referendum popolare del 2011 con il 94,6% dei voti, segno evidente che i cittadini non gradiscono ingiustificati trattamenti di favore per i titolari di cariche politiche.
Quindi si applica il diritto comune che prevede certo il rinvio di una udienza per legittimo impedimento di qualsiasi cittadino, ma dà al giudice la possibilità di compiere un apprezzamento sulla natura dell'impedimento. È quel che i magistrati di Milano hanno fatto. E il Tribunale competente per il caso Ruby ha accolto già per due volte la richiesta della difesa, il che dimostra l'inesistenza di un accanimento giudiziario. Qualcuno fa allora riferimento all'ingorgo processuale che vede Berlusconi come imputato. Ma da cosa è derivato l'ingorgo? Dal fatto che processi nati in momenti diversi e per imputazioni distinte sono stati continuamente rinviati in applicazione di leggi, poi cancellate, o per manovre dilatorie che puntavano con evidenza ad ottenere la prescrizione dei reati. Con un atteggiamento opposto a quello che qualsiasi titolare di una carica pubblica dovrebbe avere: fare in modo che si definisca il più rapidamente possibile la sua situazione processuale, in modo da sgombrare il terreno dal sospetto che, incombendo sull'esercizio del suo mandato, potrebbe essere nocivo tanto quanto una condanna.
Va poi segnalata l'inaudita gravità dei fatti sui quali sta indagando la Procura di Napoli. Si tratta della compravendita di un senatore per far cadere un governo, quindi di un reato di corruzione che ha avuto incidenza sulla vita politico-istituzionale del Paese. Difronte alla confessione del parlamentare, a prove documentali e testimoniali (di altri parlamentari, ai quali si è promesso denaro) cosa dovrebbe fare un pubblico ministero? Niente altro che esercitare l'azione penale che la Costituzione rende obbligatoria. Poi sarà la magistratura giudicante a decidere della fondatezza dell'accusa, come avviene in qualsiasi Stato democratico di diritto, e da noi in tre gradi di giudizio (sono due nella maggioranza delle democrazie). Nella vicenda è stato coinvolto anche il Presidente della Repubblica, il quale ha tentato di mantenere un difficile equilibrio con un comunicato che da un lato dà conto della sua impossibilità di intervenire su processi in corso ed esprime “rammarico” per la manifestazione di Milano, dall'altro invita i magistrati a rispettare i principi del giusto processo e a non svolgere "missioni improprie".
Il linguaggio adoperato è abbastanza criptico in particolare quando afferma che occorre garantire al leader del PDL la partecipazione "alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento" fino alla metà del mese di aprile. Successivamente il Presidente ha chiarito che non intendeva sostenere nessuno scudo a favore di Berlusconi. Certo, non è pensabile che i giudici rinviino le udienze a prescindere da qualsiasi effettiva impossibilità di comparire dell'imputato, resuscitando una legge che è stata spazzata via dal corpo elettorale. Anche perché poi potrebbero esserci nuove elezioni e una nuova campagna elettorale, che richiederebbe ancora una sospensione, come peraltro i giudici dei processi in corso hanno fatto in occasione delle ultime elezioni. E così via fino al colpo di spugna finale. Con buona pace del principio dell' eguaglianza dei cittadini di fronte alla giurisdizione, che finirebbe per essere inflessibile con i poveri Cristi e generosa con le personalità "eccellenti".

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale

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