Un Paese anomalo

2 marzo 2013

02.03.2013 - 16:11

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Nel mondo democratico solo in Italia può accadere che una coalizione con poco più del 29% dei voti si veda assegnare il 54% dei deputati. Non in virtù del funzionamento di un sistema elettorale di tipo maggioritario, nel quale i suoi candidati vincano nella maggioranza dei collegi uninominali, ma di un premio artificioso e incostituzionale, in quanto, come la Corte costituzionale ha più volte detto, prescinde dal raggiungimento di una soglia minima di voti per scattare. Solo in Italia esiste la lotteria del premio Regione per Regione che al Senato rende possibile lo stallo e può attribuire un minor numero di seggi alla coalizione che ha ottenuto più voti. Solo in Italia può accadere che canti vittoria una coalizione di centro-destra che ha perso rispetto al 2008 quasi il 18% dei voti (il Pdl più di 6 milioni, la Lega più di 1 milione e mezzo).
Un altro "successo" del genere e il centro-destra sparirebbe dalla carta politica! Solo in Italia un movimento guidato da un comico che si presenta per la prima volta alle elezioni può diventare il primo partito alla Camera. E se fosse passata la proposta avanzata dalle "teste pensanti" (si fa per dire) che hanno lavorato nei mesi scorsi alla riforma elettorale, la quale, qualora nessuna coalizione o lista avesse raggiunto il 40% dei voti per ottenere il premio di maggioranza, avrebbe attribuito al primo partito un premio "di consolazione" (tra il 10 e il 12,5%), come avviene solo in Grecia, il Movimento 5 Stelle avrebbe ottenuto poco meno del 40% dei seggi.
Gli italiani hanno di che preoccuparsi del quadro di ingovernabilità uscito dalle urne. Vi è certo una responsabilità di chi è arrivato in testa ma non ha vinto perché ha commesso vari errori. Il primo: perché non si è andati alle elezioni subito dopo la caduta del governo Berlusconi, com'è avvenuto in paesi, come Grecia e Spagna, messi anche peggio di noi? Facendo ricorso al governo tecnico si è confessato agli elettori di avere paura di vincere e di dover governare il Paese. Altro errore è stato avviare con le primarie il rinnovamento senza portarlo fino in fondo. E non alludo alla scelta del leader, anche perché il programma di Renzi sul terreno economico-sociale oscillava tra il montismo e un blairismo in salsa fiorentina, ma il successo ottenuto dal Sindaco di Firenze doveva incoraggiare il cambiamento, soprattutto nella scelta dei candidati al Parlamento, una parte dei quali sono stati confermati dall'alto, mentre per gli altri le primarie sono state organizzate in modo tale da poter far correre soprattutto i titolari di cariche istituzionali, specie locali. Infine la campagna elettorale del Pd si è svolta sottotono senza esplicitare in modo concreto e visibile le proposte essenziali, su lavoro, fisco, precarietà, istruzione, costi della politica anche per fronteggiare le spacconate irrealizzabili o pericolose degli altri.
E soprattutto per tutta la campagna il Pd ha continuato a fare l'occhiolino a Monti, trascurando completamente la protesta che cresceva e che negli ultimi giorni ha travasato il 4/5% di voti dalla sinistra al M5S. Magli errori di un centro-sinistra abituato a farsi del male forse non sono finiti. Alcuni dei vecchi dirigenti del Pd, responsabili delle sconfitte precedenti, avanzano ora l'idea di un governo di larghe intese con il centro- destra e con il centro o di un governo tecnico sostenuto da una "strana" maggioranza come quella che appoggiò Monti, il cui nome ovviamente non è più spendibile per la bisogna. Complimenti alla lungimiranza di questi guru! Un governo del genere si troverebbe impantanato nel gestire contrasti programmatici insanabili e tra un anno o poco più si andrebbe a nuove elezioni.
Nelle quali farebbe un nuovo balzo, grazie ai numerosi scontenti di sinistra e di destra, il movimento di Grillo, il quale non a caso evoca quella soluzione come certa perché la considera a ragione come quella a lui più favorevole. Appare allora più serio che chi riceverà l'incarico di formare il Governo (che come tutti ammettono, non può essere altri che Bersani, leader della coalizione che è arrivata in testa nelle due Camere) tenti di dare vita ad un esecutivo che chieda il sostegno in Parlamento in primo luogo al gruppo di maggioranza relativa su alcune questioni essenziali (costi della politica, nuova legge elettorale, Senato rappresentativo delle Regioni e che non voti più la fiducia al Governo, leggi più severe sulla corruzione e sul conflitto di interessi, misure immediate di sollievo per i ceti meno abbienti e a favore dell' istruzione e del lavoro). Ed una volta esaurito il programma si deve andare al voto. Se poi un simile governo non ottenesse la fiducia, meglio mille volte ritornare al voto, chiarendo agli elettori il rischio che correrebbe il Paese con un nuovo Parlamento ingovernabile e sottolineando il disfattismo di chi avrebbe rinunciato a realizzare riforme che sulla carta condivide, anziché inciuciare come per il passato spalancando le porte a nuove e più amare sorprese nelle future, comunque non lontane, elezioni.

Mauro Volpi
*Docente
di Diritto Costituzionale
all’Università di Perugia

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