“Seconda Repubblica”, fine ingloriosa

2 febbraio 2013

02.02.2013 - 15:43

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 Le elezioni si avvicinano. Ed è tempo di bilanci. In particolare sulla cosiddetta Seconda Repubblica, che ha caratterizzato gli ultimi venti anni e appare ormai giunta al capolinea, tanto che qualcuno già pronostica l'avvento di una Terza Repubblica. Per la verità la terminologia impiegata è criticabile. Indubbiamente all'inizio degli anni Novanta si è verificato il crollo di un sistema politico e ne è nato uno nuovo, anche se è difficile sostenere che sia stato migliore. Ma non è stata approvata una nuova Costituzione. Per fortuna. Perché il nostro testo costituzionale è stato in questi anni un baluardo contro pulsioni populistiche e semplificatrici della democrazia e i suoi principi e valori sono tutt'altro che superati. È quindi più corretto parlare di una nuova fase della Repubblica.
Che sta giungendo ormai alla fine. Per quale ragione? Per l'entrata in crisi dei miti fondativi che ne erano alla base. In primo luogo del mito della governabilità, intesa non come capacità di chi governa di attuare politiche utili alla collettività e al paese, ma come durata nel tempo degli esecutivi. Che certo può essere utile ma solo se produce buona politica. Perché se no è meglio auspicare la fine precoce di un governo che provoca danni. Mail fatto è che neppure la durata dei governi è stata garantita. In diciannove anni abbiamo avuto ben undici governi. E tra questi due governi tecnici, sintomo evidente dell'incapacità delle forze politiche parlamentari di governare il paese. Il secondo mito fondativo entrato in crisi è quello del bipolarismo e della riduzione del numero dei partiti, che avrebbero dovuto garantire l'alternanza al governo fra coalizioni coese e portatrici di programmi alternativi, ma accomunate da alcuni principi e dal rispetto delle regole e pronte a collaborare per dare vita a grandi riforme o a leggi sensibili (come quella elettorale). Ebbene abbiamo avuto in questi anni un bipolarismo all'italiana, nel quale le coalizioni sono state eterogenee, hanno spesso rispolverato fratture del passato (come quella tra comunismo e anticomunismo), hanno agito sempre muro contromuro.
E il numero dei partiti non è significativamente diminuito o si è dato vita a grandi partiti contenitore privi di una chiara identità e in preda a serie divisioni interne. Ciò per l'esigenza di sconfiggere il "nemico", come è stato qualificato lo schieramento avversario. Se nelle elezioni del 2008 il numero dei partiti è diminuito, per quelle prossime si assiste ad un proliferare di liste e listini dalle denominazioni più fantasiose e improbabili e gli schieramenti politici in lizza sono almeno cinque (centrodestra, centrosinistra, centro montiano, movimento 5stelle e rivoluzione civile). Anche la convinzione che sistemi elettorali maggioritari avrebbero favorito la stabilità e il buon governo è stato smentita dalla realtà. Indubbiamente i due sistemi in vigore dopo il1993hannospinto verso la bipolarizzazione, ma incentivando a stare insieme forze eterogenee buone per vincere, ma non per governare su programmi realmente condivisi.
Per non parlare ancora delle miserie del Porcellum, con il quale saremo ancora chiamati a votare: dalla nomina dall'alto dei parlamentari, alla protesi artificiale di un premo di maggioranza per la Camera senza che sia richiesta una percentuale minima di voti per ottenerlo, all'assurdità del premio assegnato regione per regione al Senato, che incentiva a stare insieme per impedire di governare a qualcun altro. Infine si sono dimostrati inconsistenti il mito dell'elezione diretta del Governo e del Presidente del consiglio e l'idea che la loro entrata in crisi dovesse determinare lo scioglimento anticipato del Parlamento. Infatti in tre legislature su cinque alla crisi di governo ha fatto seguito la formazione di un nuovo esecutivo e la sostituzione del Premier. Piuttosto l'eccessiva personalizzazione della politica ha occultato l'importanza della scelta del personale politico, avvenuta spesso non per la sua qualità ma per il suo grado di fedeltà e di servilismo nei confronti del leader. E poi alla vigilia delle prossime elezioni agli elettori non è dato neppure sapere quale sarà la persona che in caso di vittoria il centrodestra proporrà per la nomina del vertice del nuovo governo. In conclusione la "Seconda Repubblica" sta per sparire di scena. Poco male. Perché ci ha regalato un paese più povero, più corrotto e più sfiduciato. E allora anziché resuscitare un moribondo è meglio pensare ad un sistema diverso, e quindi ad un meccanismo elettorale più equilibrato e rappresentativo della volontà degli elettori e ad una politica di tipo europeo, meno personalizzata, più vicina agli interessi e alle esigenze presenti nella società, capace di proporre candidati di qualità, seri programmi alternativi e di garantire il buon governo. Nel rispetto dei principi fondamentali contenuti nella nostra Costituzione.

Mauro Volpi

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