Liste pulite ma non troppo

26 gennaio 2013

26.01.2013 - 15:29

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Le liste depositate per le prossime elezioni politiche sono state fortemente condizionate dal mantenimento in vigore dell’orribile legge elettorale meglio nota come Porcellum. In alcuni casi (Pdl e Lega) le candidature sono state scelte da una ristretta oligarchia di partito quando non direttamente dal lider maximo. In altri sono state il frutto di mediazioni e di contrattazioni tra il capo della coalizione (come Monti e Ingroia) e i partiti che ne fanno parte. Le uniche eccezioni hanno riguardato il centrosinistra e il Movimento 5Stelle. Per quest'ultimo la scelta è stata fatta via web sulla base dei curricula inviati dai candidabili. La sensazione è che, anche per la partecipazione non troppo elevata, i candidati siano stati individuati in modo approssimativo e che diversi di loro non diano adeguate garanzie di capacità e di competenza. Diverso il discorso per Pd e Sel. Il ricorso alle primarie è stato un segnale importante, anche se la ristrettezza dei tempi e la chiusura delle candidature ai soli iscritti ha favorito i titolari di cariche istituzionali soprattutto locali. Tuttavia in Umbria le primarie per la scelta del leader della coalizione e di buona parte dei candidati al Parlamento hanno dato modo agli elettori di manifestare una esigenza di cambiamento che dovrebbe imporre una seria riflessione anche ai vertici istituzionali. In tutte le liste non sono mancate deroghe ai criteri stabiliti in astratto, come l'età e il numero dei mandati. Non vi è da menare scandalo: un numero ridotto di deroghe si giustifica quando riguarda personalità politiche o rappresentative della società civile di caratura nazionale. Più discutibile è il fenomeno della collocazione come capilista di persone prive di uno spessore nazionale, che dovrebbero essere candidati nelle circoscrizioni nelle quali risiedono. Vie è poi la questione dei criteri di pulizia e di eticità, che dovrebbero essere requisiti essenziali per i futuri rappresentanti del popolo? Nel Pd la commissione nazionale di garanzia ha imposto la non candidatura di tre pezzi da novanta, due in Sicilia e uno in Campania, che avrebbero portato voti in Regioni decisive per ottenere la maggioranza al Senato. Altri invece sono stati candidati per l'esiguità delle imputazioni a loro carico. Nel PDL colpisce la motivazione addotta per giustificare alcune esclusioni eccellenti: si tratterebbe di persone perseguitate dalla magistratura che però in base ai sondaggi farebbero perdere voti. Quindi nessuna valutazione di eticità, anzi difesa di indagati e imputati per gravi reati, esclusi solo per ragioni di convenienza. E colpiscono anche la ragione invocata da chi voleva essere candidato ("fino alla morte", come ha dichiarato Dell'Utri) di voler evitare il carcere e una reazione ricattatoria e minacciosa, come quella dell'onorevole Cosentino. Non si capisce d'altro lato perché siano stati candidati esponenti politici indagati o imputati per reati altrettanto gravi, come Verdini, Cesaro, Formigoni e Lombardo. Ma soprattutto chi ha fatto le scelte è una persona condannata in primo grado a quattro anni di carcere per frode fiscale e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e imputata in altri processi. La stanca litania delle toghe rosse (come sono qualificati tutti i numerosi magistrati che per competenza hanno dovuto indagare o giudicare sui reati addebitati a Berlusconi) non toglie il fatto che in nessun paese democratico civile un condannato, ma neppure un indagato, per reati simili potrebbe candidarsi. Ma c'è di più. La politica non può limitarsi ad usare i parametri imposti dalle vicende giudiziarie e a farlo per di più in modo contraddittorio. E quando essa delega alla magistratura il compito di individuare le "mele marce" abdica al proprio ruolo. I criteri per ammettere una candidatura devono essere più severi e riguardare anche la coerenza e l'eticità dei comportamenti tenuti. Così non dovrebbe essere candidato chi, pur senza commettere alcun reato, abbia rapporti di affari o di assidua frequentazione con personaggi della malavita. Altrettanto dovrebbe avvenire per chi abbia esercitato una carica pubblica tenendo uno stile di vita, specie in tempi di grave crisi e di sacrifici, palesemente contrario all' "onore" che l'art. 54 della Costituzione impone e anche ai valori che ha proclamato di voler perseguire. Infine è del tutto inopportuna la ricandidatura di parlamentari voltagabbana, specie quando (come Scilipoti e Razzi) siano di dubbia qualità e abbiano problemi anche con l'uso della lingua italiana. Certo, non si può pretendere di arrivare a quanto avviene nelle democrazie più solide, nelle quali è sufficiente aver copiato una tesi di dottorato(Germania)o non aver pagato i contributi di una colf (Regno Unito) per dover rinunciare ad una carica politica. Ma almeno, se pulizia deve essere, la si faccia fino in fondo e senza sconti. Anche per evitare che un'ampia parte del corpo elettorale non si senta rappresentato e che la credibilità delle istituzioni, oltre che dei partiti, continui a precipitare.

Mauro Volpi
* Docente di Diritto Costituzionale
 all’Università di Perugia

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