Il gioco delle tre carte

12 gennaio 2013

12.01.2013 - 13:52

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Nell’agonia della cosiddetta Seconda Repubblica assume un posto di rilievo il recente accordo elettorale tra Pdl e Lega Nord, che ha implicazioni politiche e istituzionali di cui forse i contraenti non si sono resi pienamente conto. Va chiarito preliminarmente cosa prevede la legge elettorale. Tra le tante sue singolarità, che la rendono unica nel panorama delle democrazie occidentali vi è la previsione che per la Camera dei deputati i partiti che si coalizzano, al fine di ottenere il premio di maggioranza pari al 54% dei seggi, devono depositare il programma “nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione”. Dove quell’”unico” sta ad indicare un vincolo politico per la coalizione che vinca le elezioni anche con un solo voto in più: quello di proporre il proprio leader al Capo dello Stato per la nomina a presidente del consiglio. Ebbene, la prima implicazione dell’accordo Pdl - Lega Nord è di carattere politico e consiste nella scissione tra il “capo unico” della coalizione indicato al momento del voto e la persona che sarà proposta, in caso di vittoria elettorale, per la nomina alla guida del Governo. I contraenti dichiarano tranquillamente che questa sarà diversa dal capo della coalizione. Ma di chi si tratterà? Mistero. Da una parte viene avanzato il nome del segretario del Pdl Alfano, dall’altra quello dell’ex ministro dell’Economia Tremonti. In ogni caso gli elettori non lo sapranno se non dopo avere votato. Insomma assistiamo ad una sorta di gioco delle tre carte con una quarta carta da scoprire dopo il voto per mettere d'accordo i partner della coalizione. Se è così, non viene il dubbio ai partiti contraenti che tanti elettori di centro-destra possano sentirsi defraudati della possibilità di dare una indicazione politica chiara con il proprio voto? Ma la più forte critica rivolta ai partiti della “Prima Repubblica” non era proprio quella di avere mano libera nella scelta postelettorale della persona da proporre quale presidente del consiglio? Ancora più significativa è l’implicazione di natura istituzionale dell’accordo Pdl - Lega Nord. Il quale dà una picconata al mito propagandato per venti anni dell’elezione popolare del “capo” del Governo. Un mito fondativo del berlusconismo, che è penetrato anche all’interno della coalizione avversaria ed è stato sostenuto da studiosi di diverso orientamento. L’idea era che il Presidente del consiglio fosse eletto direttamente dal corpo elettorale, con la conseguenza che qualora egli fosse caduto o fosse venuta meno la maggioranza che aveva vinto le elezioni, il Capo dello Stato non avrebbe avuto altra scelta che lo scioglimento anticipato delle Camere e il ricorso a nuove elezioni. Per chi conosce la nostra Costituzione era chiaro che si trattava di un mito contrastante con la natura della forma di governo parlamentare, basata sul rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. La quale in vari paesi democratici consente di cambiare il Primo ministro e talvolta anche la maggioranza di governo nel corso della legislatura senza ricorrere a nuove elezioni. Insomma quel che da noi è stato definito come "ribaltone" è una pratica ammessa nelle democrazie parlamentari, nelle quali il Parlamento non viene sciolto finche vi è una maggioranza in grado di formare un governo. Ma il mito si è rivelato tale anche nella prassi degli ultimi venti anni. Infatti le crisi del primo governo Berlusconi nel 1994, del primo governo Prodi nel 1998, del quarto governo Berlusconi nel 2011 non hanno determinato la scioglimento delle Camere, ma la formazione di governi con un nuovo Presidente del consiglio e fondati su una maggioranza in tutto o in parte diversa da quella precedente. Sotto questo punto di vista particolarmente significativa è stata la formazione del governo Monti. Intanto perché è subentrato ad un governo che godeva ad inizio legislatura di una amplissima maggioranza parlamentare ed è uscito di scena non certo per qualche complotto, ma per la sua incapacità di affrontare la crisi. Poi perché il governo tecnico non è certo scaturito dal voto popolare. Oggi Berlusconi e Maroni affermano apertamente che il Presidente del consiglio non è eletto dal popolo, ma viene nominato dal Capo dello Stato, il quale deve formare un governo che possa godere della fiducia della maggioranza parlamentare. Si tratta allora di una resipiscenza, di un ritorno alla Costituzione? Niente affatto. Siamo in presenza di una pura tattica furbesca. Che scende perfino al di sotto di quel che prevede la Costituzione, la quale non impedisce a partiti o coalizioni di dare prima del voto una indicazione politica sul proprio candidato alla guida del Governo. A meno che le elezioni non vengano date per perse e quindi si ritenga tale indicazione come un lusso del quale si può fare a meno. Con quale coerenza rispetto alla tesi sostenuta per venti anni, ognuno è in grado di giudicare.

Mauro Volpi
Docente di diritto costituzionale
all’Università di Perugia

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