Colpo di grazia all'Università

5 gennaio 2013

05.01.2013 - 12:08

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Nella legge di stabilità appena approvata il “governo dei professori”, com’è stato incautamente battezzato, ha provveduto a sottrarre altri 300 milioni al fondo di finanziamento ordinario degli atenei pubblici. Nel complesso la riduzione del fondo negli ultimi cinque anni è stata di circa un miliardo. Le conseguenze? Il fondo sarà di poco superiore alla somma necessaria per pagare gli stipendi del personale. Il che significa che saranno penalizzati gli investimenti in didattica e ricerca. E che alcuni atenei, anche importanti, dovranno a breve dichiarare fallimento.
Mentre circa la metà (e tra questi l’ateneo perugino) supereranno la quota che vieta loro di provvedere a nuove assunzioni, che sarebbero indispensabili visto che il numero dei docenti negli ultimi anni è diminuito di 10mila unità e altre migliaia andranno in pensione nei prossimi anni. Un altro 20% di risorse è stato sottratto ai progetti di ricerca di interesse nazionale. Ed è stato dimezzato il fondo per il diritto allo studio, che già nell’anno scorso aveva impedito a molti aventi diritto di ottenere una borsa di studio, con la conseguenza che a poter proseguire gli studi non saranno i meritevoli, ma solo chi proviene da una famiglia abbiente. Ma come abbiamo fatto a cadere così in basso? Non si dica, per favore, che ce lo ha chiesto l’Europa, visto che le sollecitazioni europee sono andate in direzione esattamente opposta (più fondi a ricerca e istruzione, più laureati e più ricercatori). No, abbiamo fatto tutto da soli. Una buona dose di responsabilità va attribuita ad una classe politica in larga parte miope e indifferente. Vari governi si sono succeduti, ma siamo rimasti il fanalino di coda fra i Paesi più civili per le risorse ad istruzione, Università e ricerca. Vi è stata poi la stagione dei tagli lineari inaugurata dal penultimo governo, che ha sottratto fondi agli atenei per “nobili” fini: compensare l’abolizione dell’Ici e finanziare lo scellerato (e già fallito) progetto di “nuova” Alitalia. A questi si è accompagnata la “riforma”(mai parola è stata tanto prostituita come in questi anni!) del ministro Gelmini, che ha dato un forte impulso alla aziendalizzazione degli atenei, ad una nuova precarizzazione (con relativa mortificazione dei ricercatori in ruolo) e al meccanismo infernale delle abilitazioni nazionali a ruolo aperto per l’accesso alle fasce dei professori di ruolo, che saranno assai poco selettive e comunque dovranno essere seguite da un concorso locale. A tutto ciò ha fatto da sfondo una campagna ideologica e mediatica contro i “baroni”, cioè contro i professori universitari accusati senza distinzioni di essere fannulloni e nepotisti. Operazione questa volta ad occultare le reali responsabilità di una minoranza (secondo il noto adagio “tutti colpevoli nessun colpevole”) e ad assecondare la smobilitazione dell’università pubblica a vantaggio di quella privata. Il governo Monti ha addirittura peggiorato la situazione. Lo dimostra la pervicacia con la quale, mentre ha tagliato i fondi a scuola e università pubbliche, ha aumentato le risorse alle private. Così nella legge di stabilità 9,2 milioni sono stati assegnati ad atenei privati, tra i quali la Bocconi, la Luiss e la Cattolica di Milano, ai quali appartengono il presidente del consiglio e due ministri del suo governo (ma non dovrebbe essere questo un caso di scuola di “conflitto di interessi”?). Il ministro Profumo è stato a ragione definito come “l’esecutore testamentario” del suo predecessore, in quanto, otre ad incentivare la politica dei tagli, ha “brillato” per l’adozione di provvedimenti tardivi, talvolta illegittimi talaltra peggiorativi della legge Gelmini, per la proroga di un secondo anno graziosamente concessa a rettori scaduti, per l’ulteriore riduzione del turn over dei docenti. È grottesco che a pochi giorni dall’approvazione della legge di stabilità il ministro si sia “ricordato” di dover tutelare le università evocando le conseguenze nefaste del nuovo taglio. Ma dove si trovava in quest’ultimo anno, nel quale università pubblica, ricerca e diritto allo studio sono stati ridotti al lumicino? Altrettanto grottesca è stata la protesta della Conferenza dei rettori, che ha avuto una corresponsabilità nella elaborazione della legge Gelmini e ha subito per anni senza fiatare i tagli agli atenei. A titolo di consolazione alcuni rettori bisprorogati, come il presidente della Conferenza (Rettore dell'Università della Tuscia dal 1999!) e quello dell’Università di Foggia (alla testa di un ateneo sull’orlo del fallimento) saranno candidati alle prossime elezioni, a dimostrazione di quale fosse il vero obiettivo della tanto agognata proroga nella carica. A sua volta il ministro, vista la dichiarazione di Bersani sulla non candidatura di ministri del governo uscente nelle fila del Pd, ha cambiato cavallo in nome del “nuovo che avanza” e sarà candidato nella lista Monti. Tutti stanno facendo tesoro del metodo Schettino: abbandonare la nave con i passeggeri a bordo prima che affondi.

Mauro Volpi

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