Corruzione, anno zero

15 dicembre 2012

15.12.2012 - 15:00

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Chi aveva pensato che la corruzione avesse toccato il suo apice con l'emergere della vicenda di Tangentopoli nei primi anni 90 ha dovuto amaramente ricredersi. Recentemente la Corte dei Conti ha calcolato che la corruzione sottrae alle casse dello Stato 60 miliardi all'anno. Nella classifica della corruzione pubblica stilata da Transparency International per il 2012 l'Italia è al settantaduesimo posto, con un peggioramento di tre posizioni rispetto all'anno precedente. Meglio di noi fanno non solo le più importanti democrazie occidentali, ma perfino vari paesi africani. Due sono le novità che il fenomeno ha assunto negli ultimi venti anni. In primo luogo la pervasività. La corruzione non riguarda più solo gli alti vertici politici e istituzionali, ma tutti i settori della pubblica amministrazione. Coinvolge i vertici burocratici dei ministeri, come dimostra la recente indagine sul malaffare nel ministero per le politiche agricole, definito dal magistrato come" un piccolo trattato di sociologia della corruzione", e soggetti che operano per conto del Governo, come la Protezione civile, grazie ai decreti governativi che hanno nominato commissari straordinari per fare fronte non più solo alle calamità naturali, ma ai cosiddetti "grandi eventi", attribuendo loro il potere di concedere appalti milionari al di fuori di ogni controllo.
Ma coinvolge anche dirigenti e funzionari a livello locale, in virtù di un'applicazione del principio di separazione tra indirizzo e gestione che ha reso più opaca la responsabilità e ha dato mano libera negli appalti e nell'affidamento a privati o a società partecipate della gestione dei servizi pubblici. La seconda novità sta nel fatto che ai tempi di Tangentopoli il ricorso alla corruzione era spesso un mezzo per finanziare illecitamente l'attività politica (anche se non sono mancati casi di arricchimento personale), mentre oggi è piuttosto il ruolo politico o amministrativo ricoperto a essere usato per conseguire ricchezze personali. Il guaio è che in questi venti anni le risposte sono mancate o hanno favorito il fenomeno. Basti citare le leggi che hanno quasi depenalizzato il falso in bilancio (che in altri paesi democratici è punito con molti anni di carcere) e hanno dimezzato la prescrizione per reati contro la pubblica amministrazione commessi da incensurati. E quindi reso assai probabile la prescrizione del reato di corruzione, che è di difficile accertamento a causa del legame omertoso tra corrotto e corruttore e viene di solito scoperto a distanza di anni dalla sua commissione.
Il governo Monti ha dato alcune risposte apprezzabili, ma anche insufficienti, anche perché condizionate dall'eterogeneità della maggioranza parlamentare. Così la legge n. 190 del 2012 contiene aspetti positivi, come l'istituzione nella pubblica amministrazione di organi di controllo, di piani di prevenzione, di responsabili e la previsione di sanzioni amministrative e disciplinari specifiche, ma anche discutibili, come l'assenza di una revisione dei tempi di prescrizione e del reato di auto riciclaggio, che è un canale importante attraverso il quale l'autore di un delitto impiega le risorse dei proventi conseguiti, nonché l'esiguità delle pene stabilite per la concussione per induzione (che è quella in cui il pubblico ufficiale non costringe, ma induce taluno a promettere indebitamente a lui o ad un terzo denaro o altra utilità) e per i nuovi reati, come il traffico di influenze illecite e la corruzione tra privati, per i quali la pena nel massimo di tre anni rende impossibili le intercettazioni e il ricorso alla custodia cautelare. Il Consiglio dei ministri ha poi varato un decreto legislativo che stabilisce l'incandidabilità a cariche politiche di chi abbia subito una condanna definitiva superiore a due anni di reclusione per gravi delitti, per reati contro la pubblica amministrazione e per delitti per i quali la pena prevista non sia inferiore nel massimo a quattro anni.
Ma ciò, ammesso che il decreto non sia bloccato dalle commissioni parlamentari, non consentirà di avere assemblee elettive e governi puliti, in quanto non impedirà la candidatura di chi sia stato prescritto o abbia subito condanne in primo o secondo grado per gravi reati. E se la condanna definitiva interverrà dopo l'elezione, non determinerà la decadenza automatica dalla carica, spettando alla Camera di appartenenza di deliberare in proposito. Ma norme più severe di prevenzione e di repressione, anche se indispensabili, non saranno sufficienti, se non emergerà una nuova etica pubblica, come avviene in altri paesi democratici dove non c'è bisogno di regole scritte per determinare le dimissioni di un ministro che ha copiato la tesi di dottorato (Germania) o non ha pagato i contributi alla colf (Regno Unito), e se non si darà attuazione al metodo democratico previsto dalla Costituzione nell'organizzazione interna dei partiti. Intanto sarebbe positivo se per le prossime elezioni i partiti si impegnassero a ricorrere a strumenti democratici di consultazione per le candidature e a chiudere le proprie liste a personaggi chiacchierati o indagati per gravi reati.

Mauro Volpi

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