Tecnocrazia e democrazia

8 dicembre 2012

08.12.2012 - 12:30

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Con l'approssimarsi della fine della legislatura volge al termine l'esperienza del governo Monti. Non è la prima esperienza di governo tecnico nel nostro paese. Basti pensare al governo Ciampi nel 93/94 e al governo Dini nel 95/96. Ma l'attuale governo sembra aver lasciato una traccia più profonda, tanto che vi è chi lo ripropone per la prossima legislatura. Ora, il frequente ricorso a governi tecnici ha caratterizzato in questi anni solo la nostra democrazia. In altri paesi (Germania, Belgio, Paesi Bassi) per fare fronte a situazioni di emergenza i maggiori partiti danno vita a governi di unità nazionale. Tra i paesi che insieme al nostro hanno maggiormente risentito della crisi vi è stato un governo tecnico di breve durata solo in Grecia, ma non in Irlanda e neppure in Portogallo e in Spagna, dove si sono tenute nuove elezioni.
Corriamo quindi il rischio che la tecnica si trasformi in tecnocrazia, e cioè da supporto alla politica a sostituto della politica. E quindi in antipolitica, generando la convinzione che non eccezionalmente ma normalmente a fare politica devono essere non i cittadini tramite i partiti (art. 49 della Costituzione)ma i tecnici. Ma quali sono le cause che hanno prodotto l'eccezione italiana? Innanzitutto tra le grandi democrazie solo l'Italia all'inizio degli anni 90haconosciuto una crisi verticale del sistema dei partiti uscito dal dopoguerra. Ciò ha determinato un vuoto che è stato riempito da nuove forze politiche, alcune delle quali prive di radici e di idealità, che hanno lasciato spazio anche a dilettanti e avventurieri. Ma la ragione principale del fallimento della politica è derivata dalla cosiddetta Seconda Repubblica (termine già di per sé discutibile in quanto, per fortuna, non ha dato vita ad una nuova Costituzione), che ha prodotto un bipolarismo coattivo e muscolare, nel quale ci si coalizza solo per battere il "nemico"e poi non si riesce a governare, a partiti leaderistici e personali sempre più oligarchici e distaccati dalla società e al mito dell'uomo solo al comando eletto dal popolo.
Tutte scorciatoie che ci hanno regalato non la tanto agognata governabilità, ma la degradazione della rappresentanza parlamentare, privata di fatto della funzione legislativa e di un effettivo potere di controllo, il calo verticale della partecipazione popolare, l'estendersi della corruzione e l'assenza di etica nella gestione della cosa pubblica, che è stata piegata al soddisfacimento di interessi privati e di parte. Solo in questo quadro possono spiegarsi la mesta uscita di scena di un governo che a inizio legislatura godeva di un'amplissima maggioranza e l'incapacità dell'intera politica di sostituirlo per fare fronte alla crisi in prima persona. Mala formazione del governo Monti era compatibile con la Costituzione democratica? Dai suoi sostenitori sono venute due risposte apparentemente antitetiche: Galli della Loggia ha sostenuto che vi è stata una torsione presidenzialistica in contrasto con la Costituzione, che dovrebbe essere cambiata in modo da adeguarla alla realtà, Scalfari ha ritenuto invece che la Costituzione sia stata attuata alla lettera con la nomina del Governo da parte del Capo dello Stato cui è seguito il voto di fiducia della maggioranza parlamentare. Due letture che finiscono per convergere nell'attribuire al Presidente della Repubblica un ruolo politico di primo piano in contrasto con la forma di governo parlamentare voluta dai costituenti. La verità è che la formazione del governo Monti, se è stata formalmente corretta, ha rappresentato comunque un'anomalia che ha posto i governanti al di fuori del normale circuito democratico rappresentativo e li ha resi politicamente irresponsabili. Altro che il governo eletto dal popolo immaginato dagli apologeti della "Seconda Repubblica"! Molti dei quali si trovano oggi contraddittoriamente a tessere le lodi di un governo che con il popolo non ha avuto alcun rapporto, neanche indiretto.
Ma qual è il bilancio del governo Monti? Non vi è dubbio che ha dato una diversa immagine dell'Italia in Europa e ha restituito dignità alla funzione di governo, ma le sue politiche, ispirate ad una concezione neoliberista, hanno colpito beni primari, come la salute e l'istruzione, aumentato la disoccupazione anche giovanile, incrementato le tasse a carico dei soliti noti, peggiorato una serie di indici economici a causa dell'assenza di una politica di rilancio, che richiederebbe una lotta senza quartiere contro la grande evasione e la corruzione. Tutto ciò è avvenuto con un commissariamento della politica, il cui prolungamento nel tempo correrebbe il rischio di determinarne la morte e di essere esiziale per la stessa democrazia. Forse di ciò non si rendono conto quegli uomini politici che, nel sostenere un governo Monti bis o l'obbligo per qualsiasi nuovo governo di applicare l'agenda Monti, confessano la propria impotenza e quindi la propria inutilità. Nulla di male se i politici incapaci o disonesti andassero a casa, ma solo una nuova e buona politica e non la tecnocrazia può salvare il sistema democratico.

Mauro Volpi

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