Non è un Paese per giovani

1 dicembre

01.12.2012 - 09:09

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Negli ultimi anni i giovani hanno ricevuto gli epiteti più variopinti. Ai tempi del secondo governo Prodi Padoa Schioppa li definì “bamboccioni”. Sotto il quarto governo Berlusconi, Brunetta li invitò ad andare "a scaricare cassette" nei mercati. Nel governo Monti poi c'è stato un florilegio di epiteti: dagli "sfigati" del sottosegretario Martone agli “schizzinosi” del ministro Fornero fino all'accusa rivolta agli studenti dal Presidente del consiglio in persona di essere “usati” dal corporativismo di insegnanti fannulloni. Quel che colpisce in queste definizioni non è solo lo stile tra il paternalistico e l'ingiurioso. È ancora di più la loro lontananza dalla realtà, che finisce per attribuire ai giovani la “colpa” della loro condizione attuale.
Eppure non sarebbe difficile cogliere i problemi reali. A partire da una scuola e da un'Università, che dovrebbe formare i giovani culturalmente e indirizzarli alla scelta di una professione e sono sempre meno in grado, per i tagli che hanno subito e il modo in cui sono state governate, di fare fronte al loro compito primario. Quale fiducia sulla propria formazione può avere uno studente che è costretto a seguire le lezioni in aule inadeguate, e spesso all'interno di edifici fatiscenti, che non ha laboratori, che trova le biblioteche chiuse il sabato e spesso anche in gran parte delle ore pomeridiane, che non è assistito da efficienti servizi di orientamento e di tutorato, che ha vinto il concorso per ottenere una borsa di studio ma non può usufruirne per mancanza di fondi? Per i giovani diplomati e laureati la prospettiva non è certo migliore. Secondo i più recenti dati la disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha raggiunto il 35,1%. Circa due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni sono Neet (Not Education, Employement or Training), cioè fuori sia dal circuito formativo sia da quello lavorativo.
Inoltre trai giovani occupati molti sono in una situazione di precarietà e lavorano in base a uno dei tanti contratti a tempo determinato, alla cui scadenza devono dimenticare quel che hanno appreso e trovare un altro lavoro (precario). È questa drammatica situazione a spiegare perché tanti giovani non credano più che frequentare la scuola e l'Università serva a qualcosa e abbiano abbandonato la speranza di trovare un'occupazione. In pratica una larga fascia del mondo giovanile si trova ad essere privata del proprio futuro ed è costretta a fare affidamento sulle risorse (peraltro sempre più scarne) delle proprie famiglie. Quali possono essere le risposte a questo stato di cose? Nel mondo politico ne emergono due decisamente sbagliate.
La prima consiste nel contrapporre i giovani agli anziani, che sarebbero più o meno tutti da avviare alla "rottamazione", termine orribile quando viene applicato a persone. Intendiamoci: l'esigenza del rinnovamento e del ricambio della classe dirigente è sacrosanta. Ma deve essere perseguita in base ai criteri della competenza e della capacità e nel rispetto delle norme e delle regole che disciplinano la durata delle cariche. Se così fosse, molti giovani validi potrebbero accedere a prestigiosi incarichi. La seconda risposta sbagliata è quella che ha contrapposto in questi anni i lavoratori "garantiti" ai giovani precari, come se ai primi fosse attribuibile la responsabilità per la situazione dei secondi. Non è così, come dimostra la riforma del lavoro, che, avendo consentito una maggiore “flessibilità in uscita” (leggi: licenziamenti più facili), ha visto aumentare l'area della disoccupazione e della sottoccupazione giovanile. Ci vuole poi una buona dose di faccia tosta oggi a considerare garantiti gli esodati o i lavoratori dell' Ilva, dell’Alcoa e della stessa Fiat,di persone che a cinquant'anni perdono il posto di lavoro senza avere la possibilità di trovarne un altro.
No. Le risposte giuste devono puntare a rilanciare prima di tutto il ruolo della scuola, dell'Università e della ricerca (che è centrale in un paese che ha la metà dei ricercatori rispetto a quelli più avanzati e che "eccelle" nell'emigrazione all'estero dei cervelli). A garantire l'accesso ai gradi più alti degli studi dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (come prevede la Costituzione). A programmare gli sbocchi professionali e apprestare efficienti servizi di orientamento al lavoro.
A ridurre l'area della precarietà incentivando prima la formazione post diploma e postlaurea e poi le assunzioni a tempo indeterminato. A rilanciare l'economia anche attraverso un piano di opere pubbliche veramente utili (infrastrutture, specie nel Sud, scuole, carceri) e di valorizzazione delle grandi risorse culturali del paese (a cominciare dai musei). L'avvio di politiche di questo tipo dimostrerebbe che i giovani sono tutt'altro che schizzinosi e sono pronti ad impegnarsi seriamente per il rilancio del paese. 

Mauro Volpi

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