La casta dei tecnici

10 novembre 2012

10.11.2012 - 12:37

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Quando si parla di “casta” si pensa  normalmente al ceto politico  per sottolinearne il carattere  chiuso e conservatore. Indubbiamente  nel nostro paese la politica non gode di  buona salute e deve essere profondamente rinnovata.  Ma temo che il problema  sia molto più ampio. Se fosse solo  quello di un ceto politico non adeguato  e non corrispondente alle aspettative  del paese, la soluzione sarebbe relativamente  semplice... mandare a casa i politici incapaci per sostituirli  con politici migliori ed espressione delle  esigenze presenti nella società. In realtà nel  paese delle caste e delle corporazioni, la sensazione  è che abbia fatto fallimento non solo la  politica,ma un'intera classe dirigente, rappresentata  dall'insieme di coloro che nel pubblico  e nel privato sono in grado di assumere o  di orientare decisioni che incidono sulla collettività  e sulla qualità della vita dei cittadini.  All'interno della classe dirigente vi è poi una  casta potente, ancora più inamovibile di quella  politica e sostanzialmente irresponsabile,  che è rappresentata da un ceto tecnocratico  annidato nel vertice dei ministeri e nelle burocrazie  regionali, titolare di importanti incarichi  pubblici, anche all'interno del governo, e  che è abituato a rimanere sempre a galla o a  passare da un incarico all'altro senza ma accettare  di mettersi a riposo. Alludo in primo  luogo ai manager che dirigono società e imprese  foraggiate con denaro pubblico, i quali  sono lautamente pagati con indennità che in  alcuni casi superano il milione di euro all'anno  e talvolta cumulano diversi incarichi e i  relativi emolumenti. E tutto ciò indipendentemente  dalla valutazione della bontà o meno  dei risultati conseguiti. Il governo Monti in  tempi di crisi, i cui effetti ricadono soprattutto  sulle classi popolari e sul ceto medio, ha  stabilito fin dal dicembre dell'anno scorso nel  decreto Salva Italia un tetto allo stipendio dei  manager, pari al trattamento economico spettante  al primo presidente della Corte di cassazione  (poco più di 290mila euro all'anno).  Ma l’iter del provvedimento è andato a rilento  ed è stato oggetto di obiezioni che con ogni  probabilità ne impediranno l’attuazione. Vi è  poi l'alta burocrazia titolare di funzioni dirigenziali  all'interno dei ministeri che di fatto  sempre più spesso svolge non funzioni di gestione come dovrebbe ma veri  e propri compiti  di indirizzo, sostituendosi ai ministri. Per  fare solo un esempio, basti pensare che i rilievi  derivanti dal controllo ministeriale di legittimità  e di merito sui nuovi statuti universitari  sono stati comunicati agli Atenei non con decreto  ministeriale (come prevede la legge del  1989 che ha istituito il controllo), ma con un  atto firmato dal direttore generale del ministero  dell’istruzione. Analogamente nelle Regioni  può capitare che siano attribuiti con contratto  incarichi dirigenziali apicali a persone  andate in pensione che quando erano in servizio  svolgevano lo stesso incarico. Anche ai  magistrati spesso sono attribuiti incarichi pubblici  di diretta collaborazione con la politica,  in specie all'interno del governo, sia a quelli  ordinari che vengono collocati fuori ruolo,  ma soprattutto ai consiglieri di Stato, che cumulano  spesso numerosi incarichi, e transitano  da un'autorità di garanzia a un gabinetto  ministeriale fino alla carica di sottosegretario  alla presidenza del consiglio. Qui lo scandalo  è particolarmente evidente, perché il Consiglio  di Stato è organo di consulenza del governo  e al contempo giudice di controversie amministrative  nelle quali è parte il governo, che  nomina un quarto dei componenti l’organo.  Con quale credibilità per la sua effettiva indipendenza  è facile immaginare. Le cose non  migliorano in altre istituzioni pubbliche, a cominciare  dalle Università. Qui com'è noto, vi  è un buon numero di Rettori inamovibili che  hanno svolto vari mandati e sono stati prorogati  non per un anno, come prevedeva la legge  Gelmini, ma per due anni grazie alla compiacenza  del ministro Profumo (ex rettore), il  quale ha inserito all'ultimo momento nel  provvedimento sul contenimento della spesa  pubblica una normetta ad hoc. Con il risultato  grottesco che nel prossimo anno accademico  continueranno a rivestire la carica anche  alcuni Rettori che andranno in pensione alla  fine di quest'anno. tutto ciò è intollerabile, anche  perché la permanenza in un incarico o la  continua rotazione tra diversi incarichi pubblici  produce un istinto di conservazione e di  difesa dell'esistente, dando vita ad un ceto  chiuso che persegue i propri interessi. E quindi ben  vengano misure come il limite al numero  dei mandati, il tetto agli emolumenti, la  delimitazione delle competenze di tecnici e burocrati.  Ma tutto questo non basta. Occorre il  recupero di quel che i pensatori liberal–democratici chiamavano la “virtù”, che pone l'esercizio  provvisorio di una carica al servizio della  collettività e ne impone il costante rinnovamento.

Mauro Volpi 

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