Cambiare la Costituzione oppure la politica?

3 novembre 2012

03.11.2012 - 10:41

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 La settimana scorsa l'onorevole Stefania Craxi a Todi ha indicato nella Costituzione la causa del cattivo funzionamento del sistema di governo. A sua volta Berlusconi ha dato la colpa dell'ingovernabilità alla Costituzione e alle istituzioni di garanzia (magistratura, Corte costituzionale, Presidente della Repubblica). Non è una novità. Da più di 20 anni una parte della classe politica, anche di centro-sinistra, giustifica la propria incapacità di governare e di fare riforme mettendo in causa la Costituzione. Ma l'accusa ha qualche consistenza?
È colpa della Costituzione il ritardo con il quale è stata approvata una legge, peraltro insufficiente, sulla corruzione o l'incapacità di cambiare la legge elettorale, di approvare la riforma del finanziamento della politica e di garantire la democraticità interna dei partiti? Oppure di una politica cieca che non si rende conto di danzare sull'orlo di un baratro? Si dirà che i tempi del Parlamento sono troppo lenti. Ma quando si vuole si approvano leggi in pochi giorni (esattamente 23 per approvare nel 2008 il "lodo Alfano" che sospendeva i processi penali per le più alte cariche dello Stato). Inoltre nelle ultime due legislature i governi hanno legiferato con decreti legge,maxiemendamenti e questione di fiducia, che in pratica punta una pistola alla tempia dei parlamentari della maggioranza costringendoli a votare in poco tempo anche le norme più indigeste.
Ma cosa bisognerebbe cambiare nella Costituzione? Sembra che la sua prima parte vada bene a tutti (o quasi) e che sia invece indispensabile modificare la seconda parte sull' ordinamento della Repubblica. Ci ha provato nel 1997 la commissione bicamerale D'Alema con un ampio progetto che è subito naufragato alla Camera dei deputati. Ci ha riprovato il centro-destra nel 2005 con una legge costituzionale che mescolava la devolution di ulteriori poteri alle Regioni con l'attribuzione di un ruolo dominante al Primo ministro, bocciata nel giugno 2006 dal corpo elettorale. Ci riprova oggi chi propone una riforma presidenzialista della forma di governo, che si ispira al modello autentico di presidenzialismo, quello equilibrato degli Stati Uniti, nel quale il Presidente eletto dal popolo non può sciogliere il Congresso e può essere messo in stato d'accusa dalla Camera (com'è avvenuto a Clinton nel 1999 per avere mentito di fronte ad una commissione parlamentare sui suoi rapporti extraconiugali!). No: si punta invece al modello squilibrato della Francia dove il Presidente, quando ha una maggioranza parlamentare, nomina il Governo, può sostituire il Primo ministro, sciogliere l'Assemblea nazionale, decidere la politica del paese, ma non è politicamente responsabile di alcunché.
A meno che non si auspichi la "coabitazione" tra un Presidente e una maggioranza parlamentare di opposto colore politico, ma spero che la fantasia istituzionale non arrivi al punto di immaginare che in Italia il sistema di governo funzionerebbe meglio con Bersani alla testa del Governo e Berlusconi capo dello Stato o viceversa! In realtà viene riproposta la logica dell' "uomo solo al comando" che ha dominato gli ultimi venti anni e ha contribuito a distruggere la politica e a delegittimare i corpi intermedi politici e istituzionali. Per di più la politicizzazione del Presidente ci costringerebbe a rinunciare al suo ruolo super partes, che ha garantito la convivenza civile e politica in un sistema bipolare muscolare.
Quindi non sono necessarie modifiche costituzionali? Tutt'altro. Per fare solo qualche esempio, perché non inserire nella prima parte della Costituzione una disposizione che riguardi l'uso del mezzo televisivo ed una sul conflitto di interessi dei titolari di cariche pubbliche? E perché le forze politiche, così celeri e compatte nell'approvare in poco tempo il cd. "pareggio di bilancio", non lo sono altrettanto nel varare una legge costituzionale che differenzi i poteri delle due Camere e trasformi il Senato in Camera delle autonomie e magari riduca il numero dei parlamentari? E perché non introdurre la sfiducia costruttiva che in vari paesi consente di far cadere il Governo solo se la maggioranza parlamentare è in grado di indicare un nuovo Primo ministro? Si potrebbe continuare. Ma è evidente che servono non stravolgimenti, ma aggiornamenti del testo costituzionale. È invece indispensabile una riforma della politica, tale da consentire la ricostruzione di un rapporto con la società, e quindi di restituire un ruolo alla rappresentanza parlamentare, che sia basata sull'adesione a valori e sulla proposta di programmi seri e infine su una gestione delle istituzioni disinteressata e rivolta al bene comune. Nella quale i titolari delle cariche pubbliche le esercitino "con disciplina ed onore" (art. 54 comma 2 Costituzione). Insomma l'opposto di quanto è avvenuto negli ultimi venti anni.

Mauro Volpi

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