Regionalismo a rischio

27 ottobre 2012

27.10.2012 - 11:08

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 La vicenda del regionalismo italiano è stata caratterizzata dall'alternanza tra fasi di forte condizionamento centralista, nelle quali era molto ridotta l'autonomia, specie finanziaria, delle Regioni, e fasi di spinta verso il decentramento di poteri e risorse, ma senza che sia stato mai raggiunto un equilibrio stabile. In particolare negli ultimi venti anni il pendolo ha oscillato verso il modello del federalismo come dimostra l'utilizzazione nel linguaggio comune dell'appellativo" governatori" per i presidenti delle Regioni e la terminologia adottata per qualificare gli interventi dello Stato di distribuzione delle risorse (si è parlato di federalismo fiscale, demaniale,municipale e così via). Insomma una vera e propria overdose di federalismo.
Ma la sostanza di quanto avveniva non rispondeva alla propaganda. È vero che nel 2001 veniva completata la riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, che avrebbe dovuto dare impulso alla trasformazione in senso federale dello Stato. Ma la riforma, anche per essere stata approvata in tutta fretta a fine legislatura dalla sola maggioranza di centro- sinistra, peccava per eccesso e per difetto. Per eccesso perché attribuiva alla competenza concorrente di Stato e Regioni materie (come ad es. produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell' energia) che dovrebbero spettare esclusivamente allo Stato e aboliva ogni controllo, e anche il limite dell' "interesse nazionale", prevedendo solo un discutibile potere sostitutivo del Governo. Per difetto perché non prevedeva l'istituzione di una seconda Camera rappresentativa delle autonomie e manteneva nelle mani dello Stato le competenze fondamentali relative all'ordinamento degli Enti locali. A causa delle sue incertezze e lacune la riforma del titolo V determinava una conflittualità crescente tra Stato e Regioni e un ampio intervento di supplenza della Corte costituzionale che estendeva gli ambiti di intervento dello Stato. Infine al nuovo decentramento non si accompagnava la riforma dello Stato centrale, con conseguente riduzione di uffici e trasferimento di personale, e non venivano approvate importanti leggi di attuazione.
Ebbene, a fronte di un federalismo solo nominale, negli ultimi anni si è assistito ad una serie di interventi statali che sono arrivati a mettere in discussione non solo la prospettiva federalista, ma anche quella di un sano ed equilibrato regionalismo. Intanto alla base dei provvedimenti adottati è stato posto l'imperativo del contenimento della spesa pubblica e, dopo i noti e vergognosi scandali che hanno riguardato alcuni consigli regionali, anche l'emergenza morale. Sono stati quindi imposti un insieme di tagli non mirati a ridurre gli innegabili sprechi, ma indiscriminati e quindi destinati a ridimensionare i servizi pubblici. La scure del governo si è abbattuta dapprima sulle Province mediante decreti legge che ne impongono il cambiamento di natura (enti rappresentativi non più della comunità dei cittadini ma dei Comuni) e la riduzione nel numero, obiettivo certamente condivisibile, in base a criteri meramente quantitativi e con un procedimento verticistico.
Poi si è scoperto che il "male" stava nelle Regioni e il Governo ha presentato un disegno di legge costituzionale di "riforma della riforma" del titolo V, che contiene alcuni aspetti positivi, altri discutibili e lascia aperti alcuni nodi essenziali come il controllo sugli atti che comportano impiego di risorse pubbliche da parte di organismi indipendenti. Il rischio è che sull'onda della sacrosanta indignazione popolare vengano messi in discussione il regionalismo in quanto tale e l'intero sistema delle autonomie locali. Perdi più ciò viene fatto con misure legislative di fine legislatura, che con ogni probabilità non arriveranno all'approvazione parlamentare, ma intanto contribuiranno a delegittimare l'esistente senza riformare alcunché. Cosa occorre allora in vista della prossima legislatura? Innanzitutto un disegno organico di riforma dello Stato e delle autonomie territoriali che abbandoni le velleità federaliste e dia vita ad un sistema equilibrato di ripartizione dei poteri e delle funzioni e ad un insieme di controlli che contrastino il malaffare e consentano di far valere la responsabilità dei governanti. In secondo luogo l'emergere di una classe politica adeguata e virtuosa, il che è possibile solo nel quadro di una ricostruzione della politica come attività guidata da ideali e da programmi e svolta al servizio dei cittadini, e non come strumento al servizio di interessi privati e dell'arricchimento personale. Infine si pone la questione della revisione dell'assetto delle Regioni. Può andare bene quello attuale? Oppure sono indispensabili modificazioni e accorpamenti? Sarebbe bene che in una Regione come l'Umbria, che nella sua storia ha saputo affrontare in anticipo questioni di rilievo nazionale, si sviluppasse un serio dibattito in proposito.

Mauro Volpi

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