Primarie: per fare che?

13 ottobre 2012

18.10.2012 - 13:23

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L e primarie. A molti appaiono oggi come il rimedio al distacco tra i partiti e la società. M adi cosa stiamo parlando? Le primarie nel mondo democratico sono un metodo di scelta del candidato di un partito ad una carica elettiva da parte degli iscritti al partito o di una platea più larga di elettori.
Negli Stati Uniti, dove sono nate servono nella maggioranza degli stati a scegliere i delegati alla Convenzione nazionale del partito democratico e di quello repubblicano che deve designare il candidato del partito alle elezioni presidenziali. In altri Paesi europei sono state utilizzate in tempi recenti per lo più come consultazione degli iscritti per la scelta del leader del partito, ma in Francia nel 2011 il partito socialista ha fatto ricorso a primarie aperte agli elettori che avessero sottoscritto una dichiarazione di adesione ai valori della sinistra per scegliere il proprio candidato alle elezioni presidenziali (la scelta è caduta su Hollande che l'anno successivo è divenuto il nuovo presidente della Repubblica).
In Italia le primarie sono state utilizzate per designare nel2005 il leader della coalizione di centro-sinistra e nel 2007 e 2009 il segretario del Pd.Oggi sono diventate il principale oggetto di dibattito nel Pd e nel centro-sinistra, ma sono state ventilate anche nel Pdl, salvo poi essere abbandonate appena il padre- padrone del partito ha prospettato la sua autocandidatura come leader.
Tuttavia le primarie sono uno strumento delicato che va usato con attenzione e richiede che siano chiariti a monte alcuni problemi. Prima questione: nulla da dire sul ricorso alle primarie per la scelta del candidato ad una carica elettiva (com’è avvenuto per qualche sindaco e presidente di Regione). Ma a cosa servono le primarie per la scelta del candidato alla presidenza del consiglio, che non è affatto eletto dal popolo, in quanto deriva dalla nomina del capo dello Stato e poi dal voto di fiducia delle Camere? Se è così, le primarie possono essere uno strumento non decisionale, ma di partecipazione al fine di individuare il nome che la coalizione proporrà al capo dello Stato come futuro presidente del consiglio,proposta che potrà essere accolta solo se la coalizione avrà conquistato la maggioranza dei seggi nelle Camere.
Ma se così non sarà, ed è probabile con l'ultima proposta di riforma elettorale, e anche nell'ipotesi,ventilata all'interno del Pd, dell'allargamento al centro di una futura coalizione di governo, la nomina del presidente del consiglio cadrà su una personalità politica concordata tra i partiti cha appaia in grado di ottenere il consenso della maggioranza delle Camere. Ancora più discutibili appaiono le primarie per la designazione del segretario del Pd, che a termini di statuto è addirittura il candidato del partito alla carica di presidente del consiglio, regola che è stata tuttavia sospesa dall'ultima Assemblea nazionale. Infatti vi è il rischio che l'intervento degli elettori si sovrapponga alle scelte democratiche compiute dagli iscritti al partito. E allora perché militare in un partito e partecipare alla sua vita interna, se un qualsiasi elettore che dichiari di essere disponibile a votarlo può scegliere il titolare del suo organo di vertice? Ed è forse un caso se la procedura macchinosa prevista dallo statuto del Pd non sia contemplata da nessun altro partito democratico nel mondo?
Ma di quali primarie si tratta poi? Di partito o di coalizione? La scelta non è apparsa affatto chiara all’interno del Pd, dove alcuni esponenti della minoranza, che hanno contribuito in modo determinante a scrivere lo statuto e quindi anche la regola per cui il segretario è il candidato alla presidenza del consiglio, hanno sostenuto le necessità di tenere un congresso per scegliere il candidato del partito.
Un elemento di chiarezza è arrivato dall'esterno con le candidature di Vendola e di Tabacci, che hanno riportato in auge l'idea delle primarie di coalizione. Ma se così è, è del tutto anomalo che ad esse il maggiore partito della coalizione partecipi non con uno ma con più candidati. Ed è assurdo chiedere, come qualcuno ha fatto, ai candidati esterni al Pd di sottoscrivere la carta di intenti del partito. Infine ci vogliono o no delle regole chiare affinché le primarie non si trasformino in un assalto alla diligenza e diano vita ad un esito inquinato da incursioni esterne? Non vi è dubbio che le regole siano indispensabili. Ma quali?
Nulla da dire sulla necessità di iscriversi ad un albo, che attesti la qualità di elettore del centro-sinistra, e sulla previsione di un doppio turno di voto, al fine di dare una forte legittimazione al vincitore che dovrebbe ottenere (al primo o al secondo turno) la maggioranza assoluta dei voti validi. Più difficili da capire appaiono altre regole, come l'iscrizione in un luogo diverso da quello in cui si voterà o la limitazione del voto al secondo turno solo a chi ha partecipato al primo, che potrebbero disincentivare la partecipazione. In conclusione dalla soluzione che sarà data ai problemi indicati dipenderà se le primarie saranno un importante momento di partecipazione politica o un rito populistico estraneo alla democrazia parlamentare.

Mauro Volpi

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