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Piazza della Repubblica 71

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Piazza della Repubblica 71, a Perugia, non è stato un indirizzo qualunque dal dopoguerra a oggi. Oddio, per la verità, non lo era nemmeno prima, essendo la sede dei Guf, gruppi universitari fascisti, sui quali il regime puntava molto per l'indottrinamento dei giovani. Nelle ore festose e convulse che seguirono la liberazione della città dall'occupazione tedesca, i locali vennero occupati dai partigiani comunisti, i più numerosi e decisi nella Resistenza, che ne fecero la sede del Partito. Fino all'inizio degli anni '70 la Federazione del Pci fu contenuta in una porzione relativamente piccola al secondo piano dello stabile, rivolta in direzione opposta alla piazza, con una splendida vista sul lato esterno del centro storico sulla quale campeggia la Torre degli Sciri e le colline a ovest della città. Gli sviluppi impetuosi del partito, di iscritti ed elettori, del suo prestigio e del potere che esercitava (specie dopo la costituzione delle Regioni) e che ne fecero in Umbria la prima forza politica, rimpicciolirono la consistenza di quella sistemazione e si dovette pensare al suo ampliamento. L'occasione, senza cambiare indirizzo, fu offerta dalla chiusura dell'Albergo Artisti, che occupava il piano inferiore che, con le risorse raccolte col "tesseramento" e il contributo obbligatorio degli eletti in incarichi pubblici, fu acquistato, ristrutturato e dette la possibilità di aumentare il numero degli uffici e, soprattutto, di realizzare la grande Sala riunioni. Prima di allora il Comitato Federale, composto da rappresentanti di tutte le aree della provincia, si riuniva nella "piccola" Sala Rinascita - dominata dalla gigantografia di Palmiro Togliatti che parla dal balcone dei "Notari" a una Piazza IV Novembre stracolma di gente - dove, pigiati come le sardine e avvolti in una nuvola di fumo, i comunisti sostenevano appassionate, a volte felici a volte sofferte, discussioni e prendevano le più importanti decisioni. Piazza della Repubblica è stato un centro nevralgico della vita politico istituzionale, uno dei luoghi dove, specie nei decenni della prima repubblica, si è fatta la storia dell'Umbria. Negli ultimi lustri, a misura che i partiti si ritraevano o scomparivano e che una politica fondata sulla personalizzazione e il leaderismo, invadesse il campo, questa centralità è venuta meno, ma il suo ridimensionamento non è riuscito a cancellare, nell'immaginario collettivo e dei militanti, il suo carattere di luogo simbolo della storia della sinistra perugina ed umbra. Non è riuscito a recidere la memoria e il legame sentimentale con quella storia e i suoi impareggiabili protagonisti, di una fetta ancora grande di popolo, soprattutto dei più anziani, che a quella storia hanno contribuito con risorse materiali e morali e con tanta parte della loro vita della quale oggi si sentono defraudati. Questi sono i motivi per i quali, nonostante per così dire gli illustri precedenti (si pensi alle Botteghe Oscure), la notizia della vendita della sede di Piazza della Repubblica ha suscitato scalpore e clamore, da molti vissuta come dolorosa e inaccettabile. Col Pci, di certo, non sarebbe successo. Ma l'epilogo rattristante al quale si è giunti non è questione di amarcord. E non è solo questione di cambio di epoca. E' questione politica che chiama in causa gli errori e la decadenza dei partiti che, dal Pds ai Ds, sono succeduti al Pci, le colpe di alcuni dei loro dirigenti brillanti quanto inconcludenti e che fa gravare sull'ignavia dell'ultimo prodotto della specie, geneticamente modificato, il Pd, sul suo disinteresse per l'utilità del partito, la responsabilità della perdita di un patrimonio costruito col sacrificio e il lavoro di migliaia di militanti nel tempo passato. Rimpianto per quel tempo? Sicuramente sì per un elemento che allora c'era e oggi non c'è più: la passione politica.