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Dalle parole ai fatti

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Confindustria umbra ha tenuto la sua assemblea annuale all'insegna (così si deduce dai giornali) della modernità, del futuro e del dovere di presentarsi ed essere una componente di primo piano della classe dirigente che non pensa ai suoi egoismi, ma si fa carico dell'interesse generale comune. Bene. Però… Che però c'è? C'è che, a modesto giudizio di scrive, le parole dette non corrispondono pienamente alla realtà fattuale e che, quindi, ad esse debbono adesso seguire, o se si preferisce, adeguarsi compiutamente, i fatti. Ma cominciamo dagli apprezzamenti. Al teatro Lirik di Assisi sono risuonate rassicurazioni, affermazioni, propositi e suggestioni importanti. Il "manifatturiero" al quale non si può rinunciare, uno sviluppo e una industria rispettosi dell'ambiente, la valorizzazione della qualità dell'Umbria intesa, appunto, come tutela della bellezza dei luoghi, altezza della cultura, valorizzazione delle tradizioni e delle unicità, il rispetto e l'apprezzamento delle “risorse umane” (definizione un po' arida e, a pensarci, bizzarra, con la quale si definiscono persone e lavoratori in carne e ossa), la inaugurazione di una nuova stagione dello sviluppo, rivolta anche alle relazioni e ai rapporti con i sindacati per un patto nell'interesse comune. Se, come è vero, anche gli individui possono esprimere un programma, un particolare significato ha assunto il ricambio della classe dirigente dell'associazione la quale è sembrata offrire l'immagine plastica di un rinnovamento fondato sull'abbandono definitivo del primato del “cemento” (con tutto il rispetto per un'industria delle costruzioni per molti anni dominante e anche decisiva, depurata dagli eccessi, per lo sviluppo dell'Umbria), per orientarsi al nuovo di un'industria innovativa (fornitura all'aerospazio e produzioni di alta tecnologia) nella quale lì'Umbria vanta eccellenze, non enormi per dimensione, ma di valore assoluto, fino ad oggi trascurate o addirittura misconosciute. L'assemblea degli industriali umbri ha mandato un messaggio rassicurante, che ha indotto anche i tradizionali interlocutori avversi, quali i sindacati, a commenti misurati e di attesa. Che c'è che non va dunque? Beh, c'è, innanzitutto, ma a questo è ormai abitudinario e non ci si fa più caso, la propensione di Confindustria e dei suoi aderenti a presentarsi come extraterrestri, come se solo il mondo politico (al quale si accampano normalmente critiche e volumi di richieste) e non anche loro stessi, fosse responsabile e protagonista delle difficoltà o dei rovesci della situazione economica e sociale. Tra l'altro dall'assemblea è sembrata quasi espunta la crisi industriale grave, con risvolti occupazionali drammatici, che attanaglia, più di altre aree del Paese, l'Umbria e colpisce, con la Perugina, la Colussi, le Acciaierie di Terni e altre imprese, i grandi poli dell'apparato produttivo, quelli che hanno il peso di gran lunga maggiore nel Pil regionale . Il mito della "ripresa", se è tutto da dimostrare per l'Italia, lo è tanto più per questa regione. I “miglioramenti” nelle grandezze economiche che si sono registrati nel Paese (divenuti il mantra del governo in carica), sono fondamentalmente poggiati su una diffusione generalizzata (selvaggia verrebbe da dire) della precarietà del lavoro e sulla diminuzione di salari e stipendi. Questo fenomeno ha trovato in Umbria una base di partenza già forte e si è affermato (ricordate il primato dell'uso dei voucher?) con rilievo particolare. Il rischio è che, dietro l'abito elegante, il nuovo frak con papillon, confezionatosi da Confindustria ed esposto al Lyryck, si celino vecchi panni di chi fa pagare solo ai lavoratori la crisi e un problematico rilancio. C'è da sperare (e forse lottare) perché non sia così.