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La crisi è risolta o è solo un annuncio?

Leonardo Caponi

Sergio Casagrande
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Alti squilli di tromba ne hanno dato l'annuncio per tutta l'estate, mentre gli italiani erano in ferie. I media principali hanno ripreso e amplificato le dichiarazioni del governo: la crisi è risolta. Il concerto è probabilmente destinato a prendere quota col prossimo autunno. Dopo dieci anni tribolati, finalmente anche il nostro Paese torna a spiccare il volo e si allinea ai partner europei più importanti, che avevamo dipinto, nelle ultime stagioni, con un misto di invidia e ammirazione. Ora, dopo gli anni dell'insistito, quanto evidentemente poco creduto, ottimismo renziano ("abbiamo preso un Paese col segno meno, adesso è più"), il segnale inequivoco del cambiamento di fase economica sbandierato da Gentiloni e i suoi ministri, con l'unica eccezione di un più cauto ministro Calenda, sarebbe l'aumento (inaspettato) delle stime di previsione del Pil di questanno che, validato da organismi internazionali, dovrebbe raggiungere l'1,3 per cento, un pò di centesimi in più di quanto ci si aspettava e dalla, controversa e modesta, in relazione alle dimensioni del fenomeno, diminuzione della disoccupazione. Ora, l'ottimismo del governo lascia molti dubbi. Uscire dalla crisi per un Paese come il nostro che vuol dire? Vuol dire realizzare un aumento pari almeno al 2% del Prodotto interno lordo (la soglia minima per avere incremento stabile dell'occupazione nelle aree industrializzate è del 3%) e quantomeno dimezzare la drammatica cifra dei tre milioni e mezzo di disoccupati, in gran parte giovani, che scontiamo attualmente. Tutto questo è ben lontano dall'esserci o essere alle viste. Per la verità non solo in Italia, ma in tutta Europa la disoccupazione rimane altissima. Guardando le cose per così dire da un punto di vista di classe diverso, per sapere se la crisi è finita, basta che domandiate alla maggioranza dei commercianti se sono soddisfatti dell'aumento dei consumi che hanno registrato o, altro esempio, che facciate un'indagine sul mercato delle abitazioni di una città come Perugia, mercato che, come valore e scambio degli immobili, rimane drammaticamente stagnante o in calo. La crisi dunque non è risolta. La verità è un'altra e la sollecitazione ad interpretarla è venuta, quasi inaspettatamente, da un giornale da sempre sostenitore della "modernità" di marca liberista e anche renziana, come Repubblica che, nei giorni scorsi, con un articolo di Michela Serra si pone inquietanti (scontati per chi scrive questa nota) interrogativi sul fatto se questa crisi sia stata in realtà, non stagnazione, ma "movimento", per due obiettivi: estendere, fino a farla divenire pratica di lavoro prevalente, il precariato (insicurezza e bassi salari) e realizzare un nuovo gigantesco trasferimento di ricchezza dalle classi meno agiate a quelle più ricche. Questo è quello che è accaduto. E l'Umbria, in tutto questo? In Umbria, purtroppo, la crisi ha pesato più che altrove. La sgarbata risposta di un neofita assessore regionale alle legittime preoccupazioni dei sindacati, lascia il tempo che trova. Tutti i principali dati di riferimento negativi (il calo del Pil, l'aumento della disoccupazione, quello della povertà, la precarietà, già "storica", i bassi salari) sono superiori alla media nazionale. Questo costituisce una novità quasi sconvolgente per una regione che aveva fatto dell'avanzamento la sua bandiera e segna, come chiamarlo?, l'avvio di un declino. Colpa tutta dell'Umbria e delle sue classi dirigenti? Certo che no. Ma un peso l'hanno avuto e ce l'hanno anche il rifiuto ad ammettere l'esistenza stessa della crisi e quello a fare nuove politiche.