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Il tempo di Bruno Nicchi

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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La settimana scorsa si è spento a Perugia Bruno Nicchi. Alla maggior parte dei lettori, forse, questo nome non dirà nulla. Ma egli è stato una di quelle persone che, senza clamori, lasciano un segno profondo nella realtà e nella storia; in questo caso, quella della politica e della società perugina ed umbra. Dirigente di primo piano del Pci, di cui fu segretario della Federazione di Perugia e membro della segreteria regionale, a lungo presidente della Lega delle Cooperative, Bruno proveniva da una famiglia di mezzadri di Citerna, comune del Tifernate, dove si era distinto nella partecipazione e nella direzione delle lotte operaie e contadine, volte al riscatto e alla emancipazione di una classe lavoratrice condannata, in una società arretrata, all'umiliazione e all'indigenza. Un contadino ignorante l'avrebbe definito certa parte della borghesia dominante e della cultura di cui era egemone. Oppure, con una espressione che in certe occasioni assumeva un carattere dispregiativo anche a sinistra, un “uomo d'apparato”, intendendo una persona priva di una propria soggettività, ma ottuso portatore ed esecutore della “linea” o degli “ordini” del partito. Bruno ha smentito entrambe queste categorie. Egli è stato protagonista e dirigente di un grande partito prima e di un grande e impegnativo movimento di imprese successivamente, nelle quali passione, tenacia ed equilibrio, di cui era in abbondanza dotato, non sarebbero state sufficienti a fargli svolgere i compiti apicali cui ha assolto, se non poggiate su una cultura storica e umanistica generale, ma anche su competenze tecniche e, questo ci pare l'elemento centrale, su una apertura mentale e una capacità di comprensione della realtà superiori a quelle che possono derivare da studi e titoli “ufficiali” scolastici ed universitari. Merito di Bruno? Certamente perché, come si dice, “dalle rape non si può cavare il sangue”. Bruno era intelligente, schivo, modesto, detestava la pratica pubblica, che oggi pare, anzi è, di vitale importanza, dell'apparire. Amava stare dietro le quinte. Badava alla sostanza e non alla scena. Avrebbe potuto essere candidato e assumere incarichi istituzionali i più diversi e importanti. Non l'ha mai voluto, per scelta deliberata, fare. Sono, diceva, un uomo di partito, intendendo la sua come una funzione di servizio alla comunità politica di cui era componente e agli ideali di cui era portatrice. Ma nella formazione della sua personalità c'è anche, forse soprattutto, il merito di qualcosa d'altro: quello di un partito e di un'epoca. Bruno Nicchi era - come dire? - il figlio di una formazione politica, il Pci, che, al di là delle rappresentazioni anche grottesche che oggi se ne danno, ha rappresentato un'esperienza originale e straordinaria della vita politica italiana. E' il partito che ha portato molte persone di umili origini, ad assumere incarichi di rilievo o ruoli chiave nella vita pubblica. Esse, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, insieme alle forze migliori della regione, sono state protagoniste di una grande stagione di sviluppo e modernizzazione. Era un tempo nel quale la politica si faceva prevalentemente per passione e non, come accade oggi, per ambizione e ad essa erano partecipi masse di popolo legate ai loro dirigenti da un rapporto di fiducia e consenso reali e da pratiche di organizzazione democratiche che anteponevano l'interesse collettivo ai destini individuali. Essere funzionario di partito comportava lavoro duro, sacrificio e dedizione, oltre inutile dirlo, una moralità cristallina, ma era anche una specie di onore, vissuto con rispetto nella pubblica opinione. La storia non torna indietro, ma ripensare figure come quella di Bruno Nicchi e il tempo che egli ha vissuto, è utile lezione per i protagonisti, baldanzosi quanto vacui, della decaduta politica di oggi.