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La discussione a sinistra

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Dopo l'uscita dal Pd di quasi tutta la sinistra del partito e di personalità importanti, sommando essa alle componenti già esistenti, la sinistra potrebbe potenzialmente contare su una forza politica ed elettorale di una consistenza finalmente lontana da quella dei prefissi telefonici cui ci si era, in epoche recenti, abituati. Stimarla, in termini numerici e percentuali, non è facile; si può eccedere in cautela o ottimismo. Però pare certo che un soggetto politico che segnasse la riunificazione di tutte le componenti e i partiti oggi divisi, potrebbe uscire dalla marginalità e avere una incidenza nella vita politica del Paese, che è l'obiettivo dal quale cominciare per costruire una forza di più grandi dimensioni, adeguata alla tradizione italiana. Probabilmente è la nascita di questa forza che milioni di elettori della sinistra, che sfiduciati oggi si astengono dal voto o lo indirizzano verso altri, aspettano che accada. E' un processo che ha precedenti di "successo" in altri Paesi europei e che non si capisce perché, in qualche modo, non debba "attecchire" anche in Italia. Ma qui cade l'asino. Riunificare le forze in campo è tuttaltro che facile. L'argomento di discussione non è di carattere "identitario" (bisognerà per forza di cose rassegnarsi per ora ad avere a sinistra "sensibilità" e culture diverse) e nemmeno di carattere programmatico (su questo le idee con piccolo sforzo possono collimare). La divergenza vera che ostacola l'unità è rappresentata dai rapporti col Pd. Allearsi con questo partito e ricostruire, come si dice, un nuovo centrosinistra o dare vita ad una formazione "alternativa" e quindi inevitabilmente, almeno in questa fase, conflittuale col Partito Democratico? Al fondo, al fondo, tutta la discussione ruota qui. E' un dibattito, per essere sinceri, che presenta tratti di grande nobiltà (i destini del Paese, le politiche europee, la condizione della gente), ma anche di natura (sia detto senza offesa per nessuno) "opportunistica!", legata alle collocazioni e al numero delle posizioni istituzionali che, anche in base alla legge elettorale che verrà, l'alleanza o meno garantirebbe. Tralasciamo questo aspetto scivoloso, anche se il suo peso è forte e atteniamoci (con molto ottimismo) alla politica. Perché una parte del Pd se ne è uscita da quel partito? Perché non ne condivideva la politica e, forse, più ancora il modo di essere ed, ad un certo punto, ha giudicato non solo frustrante, ma totalmente inutile ed inefficacie la sua funzione di "corrente" interna al partito. Ora, che senso avrebbe riproporsi, sostanzialmente, in quel ruolo di corrente, seppure esterna, al Pd, come sarebbe in una coalizione di centro sinistra?! Il problema è Renzi e il renzismo? Suvvia, non scherziamo. Il Pd, il suo corpo militante (quello che rimane), il suo elettorato, la sua natura hanno subito (se non la si vuol vedere è un altro paio di maniche) una mutazione genetica che l'ha fatto totalmente uscire dall'alveo, anche lontano, della sinistra per approdare ai lidi del liberismo. Renzi e, ora, Gentiloni, hanno fatto e stanno facendo, nella politica economica e sociale, qualche cosa di diverso da quello che avrebbe fatto Berlusconi?! Si, forse qualcosa di peggio, come l'abolizione dell'art 18 e il jobs act. Ma, forse, una riflessione andrebbe condotta anche sul centro sinistra, da alcuni idealizzato, che, a partire dalla metà degli anni '90, ha governato a più riprese l'Italia. Non c'è stata, come ha ammesso lo stesso D'Alema, una subalternità culturale al liberismo, ai suoi contenuti sociali e una sopravvalutazione del suo apporto espansivo all'economia? E se Renzi fosse l'esito predestinato di quelle politiche, esse, non andrebbero ripensate?