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L'Umbria che va indietro

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Eppure di allarmi sulla situazione economica umbra ce ne sono stati! Da quelli di questo giornale, a quello modestissimo di questa piccola rubrica, a quelli ben più autorevoli dell'Ires Cgil che, con cocciutaggine, riportano e aggiornano i dati di istituti di ricerca pubblici e privati. Un partito della sinistra ci ha svolto anche un convegno dal titolo indicativo “Il declino dell'Umbria”. Tutto è rimasto senza risposta. Nessuna fonte istituzionale ufficiale della Regione e del maggior partito di governo (di che discutono al Congresso del Pd?!) ha fatto sentire la sua voce, se non altro per replicare e interloquire anche, se si riteneva necessario, in toni aspri, documentando una realtà diversa. In una discussione non c'è cosa più irritante del silenzio dell'interlocutore. Un comportamento da - come si dice? - muro di gomma. L'Umbria va bene, compatibilmente con la crisi nazionale ed è giusto continuare ad amministrarla così, senza dover introdurre elementi di novità o anzi, in qualche modo di straordinarietà, nei programmi e nelle prassi di governo. Il Pd e la maggioranza regionale ha ragionato e ragiona così. Ora, da ultimo, a conferma della tesi del declino economico, sono giunti la scorsa settimana, i dati del Centro Studi impresa lavoro. Anche essi, come molti di quelli precedenti sono, in una certa misura, drammatici. L'Umbria è la Regione che, battuta in peggio dal solo Molise, ha perso di più in termini percentuali di Pil pro capite dall'inizio della crisi, 2007, ad oggi. Il calo è stato di più del 18 per cento (il Molise, ultimo, è al 19), la media nazionale di poco superiore al 10. Nel 2016 rispetto al 2015 i posti di lavoro persi in Umbria sono stati quasi 5.500. E' il dato proporzionalmente peggiore in campo nazionale. Che di fronte a questi dati e a quelli che, in questi mesi, hanno dato conto di una specifica difficoltà umbra nel quadro nazionale (le quote della stagnazione, della disoccupazione, della precarietà, della povertà e via dicendo) che le istituzioni non sentano in qualche modo il dovere di aprirsi ad una riflessione e a una discussione su quest'Umbria che arranca, invece che continuare a rimanere inerti o addirittura incensare le sorti magnifiche e progressive del buon governo locale, è una cosa, sinceramente, detestabile. Ora, naturalmente, non si tratta di fare del catastrofismo. Perché, che l'Umbria conservi in vari aspetti della sua vita civile, sociale ed economica dei pregi ed anche delle punte di eccellenza, è vero. Ma è il quadro generale riferito soprattutto all'apparato produttivo, alla quantità e qualità del lavoro, che sta subendo un vistoso declino. Ora, per dirla tutta, dietro questo atteggiamento agnostico sulla crisi e le difficoltà per uscirne (che riguarda la classe dirigente politica, ma anche quella imprenditoriale ed, in parte, intellettuale) c'è probabilmente l'attesa per la significativa mole di risorse che stanno arrivando e arriveranno in Umbria dai fondi comunitari e (detto cinicamente, anche le disgrazie hanno qualche lato positivo!) da quelli per la ricostruzione dal terremoto. Si pensa forse ad una “spartizione” che consenta il mantenimento di una sfera di consenso nel caso che a beneficiarne siano soggetti politici e all'acquisizione di incentivi finanziari nel caso di imprese o settori economici. Se è così, ed in parte di sicuro lo è, è un atteggiamento miope che non avrà quella incidenza strutturale di cui l'Umbria avrebbe bisogno. Che fare dunque? Forse una convocazione degli “Stati Generali” della regione, cioè una discussione formale tra tutti i soggetti istituzionali e sociali rappresentativi potrebbe essere utile. Quanto alle proposte di novità specifiche da introdurre, molte ne sono state già avanzate, dal Piano straordinario per il lavoro, al reddito di cittadinanza, agli accordi di solidarietà espansiva. Certo, preliminare è uscire dall'impianto culturale dettato dal rigorismo europeo e dall'idea sposata da Renzi e Gentiloni che l'occupazione si fa riducendo i diritti dei lavoratori.