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L'Umbria è in declino?

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Forse Matteo Renzi li avrebbe inseriti nell'elenco dei gufi, salvo poi a doversi rendere conto di quanto grande fosse il loro numero e di quanto scetticismo circondasse la rappresentazione ottimistica (e surreale) che egli dava dell'Italia. Fatto è che la settimana scorsa si è riunita a Perugia una “componente critica” sulla situazione attuale dell'Umbria e caratterizzata dalla pressante richiesta di una svolta nelle politiche regionali. Nato sotto l'egida della costituenda Sinistra Italiana, alla presenza dell'on. Stefano Fassina, il convegno ha avuto l'ambizione di non avere un carattere di partito, ma di riunire e discutere (riuscendoci in discreta misura) con tutti coloro, forze e organizzazioni sociali, istituti scientifici, semplici cittadini che non solo contrastano la versione ufficiale di “un'Umbria che, con qualche criticità, va bene”, ma che guardano con allarme a quello che definiscono il “declino” della regione. Hanno ragione? Anche se così non fosse al convegno andrebbe riconosciuto comunque il merito di avere introdotto nello stanco e statico dibattito politico e nell'inesistente discussione scientifico culturale o più semplicemente programmatica sui temi dell'economia umbra e dell'Umbria in generale, uno stimolo importante di analisi e riflessione che dovrebbe suggerire altri interventi e risposte anche e soprattutto di carattere istituzionale. Sarà raccolto? Mah!; non c'è di chi essere ottimisti. Forse il tran tran attuale proseguirà. A volte si ha l'impressione che le classi dirigenti umbre, quelle politico istituzionali, ma anche quelle imprenditoriali “vedano” o “siano prese” solo da una parte della realtà: la gestione, l'elargizione o il recepimento delle risorse pubbliche che, dalle diverse fonti, hanno o avranno a disposizione. C'è tra l'altro da rilevare che queste risorse non saranno del tutto trascurabili. Tra fondi comunitari, trasferimenti nazionali (che pure tagliati, proseguono), soldi (anche se dispiace dirlo) che arriveranno per la ricostruzione dal terremoto, un bel gruzzolo di moneta giungerà a ristoro dell'economia regionale e del suo apparato produttivo. Saranno sufficienti alla ripresa? Questo è un altro discorso. Però un cambio di passo e la modifica di indirizzi e metodi di gestione nelle politiche economiche sociali potrebbero portare un contributo. La condizione è che le risorse siano finalizzate non a mantenere e alimentare sistemi di potere (come spesso ora accade), ma a produrre una incidenza “strutturale” e duratura sul sistema produttivo. Quanto al declino, i dati citati in gran quantità al convegno non lasciano dubbi. Si tratta di numeri “obiettivi”, ricavati dal recentissimo rapporto annuale dell'Aur e da fonti ufficiali come l'Istat, l'Inps, l'Ires Cgil. Tutte le grandezze economiche significative dell'andamento dell'economia e della condizione sociale indicano un arretramento dell'Umbria, in senso generale e, soprattutto in raffronto alle due regioni, la Toscana e le Marche con le quali si è lungamente vagheggiato sulla composizione della cosidetta Macroregione. L'Umbria, storicamente in bilico, scivola verso Sud e si distacca dalle aree avanzate. Una diversa programmazione economica, un Piano regionale straordinario per il lavoro, l'adozione di una forma di salario di cittadinanza, il divieto dell'uso dei vuocher da parte della pubblica amministrazione, un disegno di legge (sul modello di quello che si sta discutendo in Emilia Romagna) per favorire accordi sindacali di solidarietà “espansiva” per favorire nuove assunzioni sono alcune delle proposte emerse dal convegno. Ma la cosa preliminare è togliersi dalla testa l'idea che l'ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori e dei loro stipendi porti occupazione e sviluppo. Se così fosse l'Umbria, che ha i salari tra i più bassi d'Italia, non avrebbe concorrenti. E invece di andare avanti, arretra.