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La discussione a sinistra

Leonardo Caponi

Jacopo Barbarito
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La vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale apre un nuovo spazio per la ricostruzione e lo sviluppo di una sinistra in Italia? Potenzialmente, non c'è dubbio che sia così. Intendiamoci, ascrivere l'esito del voto del 4 dicembre ad un successo della sinistra e "da sinistra", è un grosso abbaglio. E' vero che nella traboccante vittoria dei no si sono manifestate, forse più ancora del merito referendario, le ragioni di un acuto disagio popolare e di una forte sofferenza sociale. Che a questo pronunciamento, sia detto tra parentesi, si sia risposto riproponendo un governo e una politica fotocopie di quelle precedenti, ha un sapore beffardo e colpevolmente incosciente. Ma, tornando a noi, alla bocciatura del progetto di Renzi e del suo governo hanno concorso forze politiche, contenuti, aspirazioni e anche ceti sociali tra di loro molto diversi, in molti casi opposti. La sinistra, da quella del Pd a Sel a Rifondazione comunista e altri ha comunque fatto la sua parte ed è stata, in termini difficilmente quantificabili ma probabilmente non del tutto trascurabili, una componente della vittoria alfine conseguita. Il successo del No è importante per la sinistra non solo perché ha fatto finalmente irrompere sulla scena l'Italia reale contrapposta a quella virtuale diffusa dal governo; ma soprattutto perché la protesta sociale che si è espressa nel voto è, come dire?, consapevolmente o inconsapevolmente, riconducibile alla politica liberista e rigorista che dominano l'Italia e l'Europa e può quindi aprire spazi maggiori alla critica e al disvelamento dei danni e delle conseguenze per la società e le persone provocate da questa politica. La sinistra esce rinfrancata da questa sfida anche se, dal punto di vista della unificazione delle sue diverse componenti, non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Sinistra Italia (dopo lo scioglimento di Sel) e Rifondazione comunista hanno già fissato i loro rispettivi congressi per i primi mesi del prossimo anno e altre formazioni "minori" proseguono il cammino isolato che si erano date, La ragione principale del contrasto è quello del rapporto col Pd. C'è una parte di Sinistra italiana, il cui principale interprete è l'ex sindaco di Milano Pisapia e una parte della sinistra Pd che pensano di tornare ad una alleanza ( o a una confluenza) con il Partito Democratico per ricostruire quello che definiscono il campo largo del centro sinistra. Altri, a occhio e croce la maggioranza dei protagonisti, ritengono impossibile una forma di dialogo col partito maggiore e necessario costruire un soggetto ad esso conflittuale e alternativo. Ora, la discussione sui rapporti con la sinistra "moderata" è sempre stata una specie di condanna della sinistra di origini comuniste. Il rapporto col Psi fu uno degli elementi che non poco contribuì, negli ultimi anni, al logoramento e alla destabilizzazione del gruppo dirigente del Pci, che pure era, tra i due, il partito di gran lunga maggiore. La corrente dei Miglioristi del Pci, capeggiati da Napolitano, contestava Berlinguer e voleva, sostanzialmente, una unificazione tra i due partiti, a guida socialista. Per fortuna non fu così perché questo consentì di salvarsi dalla caduta di Craxi. Fu poi la volta della prima Rifondazione comunista, una forza politica di tutto rispetto con l'otto per cento dei voti, le cui laceranti discussioni sul rapporto col Pds e il sostegno al governo Prodi, portarono a scissioni che furono, lo si può dire oggi, caramente pagate da tutte le parti in causa. Adesso è la volta di una nuova sinistra chiamata a una analoga discussione. Col Pd o contro il Pd? Il dubbio amletico se ne trascina dietro un altro: Il Pd è ancora un partito di sinistra, sia pure nella sua versione più blanda, o ha subito una mutazione genetica irreversibile che gli ha cambiato la carta di identità? Probabilmente è così è allora è difficile pensare di starci insieme.