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Pd scissione di maggioranza

Leonardo Caponi

Jacopo Barbarito
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Rimane sospeso un interrogativo sulla storia recente della sinistra italiana. La scissione che, nel '91, portò alla separazione del gruppo di Rifondazione Comunista dal nascente Pds fu voluta solo dalla prima, o venne sostanzialmente vista di buon occhio, in una certa misura persino "incentivata" dalla maggioranza raccolta attorno ad Achille Occhetto (nella foto)? L'interrogativo costituisce una "curiosità" storica poiché sarebbe, tra i casi di divisioni tra partiti nelle quali di solito chi se ne va sono le minoranze, un raro esempio di scissione di maggioranza o quantomeno di compartecipazione della maggioranza alla scissione della minoranza. In realtà, nelle grigie aule a pareti mobili di cartongesso della Fiera di Rimini, tutto era deciso prima che il Congresso iniziasse. La pattuglia di Rifondazione aveva preparato e studiato la sua parte. Quello che è certo però è che Occhetto e chi stava intorno a lui non solo non fecero niente per trattenerla, ma guardarono con soddisfazione alla separazione. Avrebbero potuto proporre per il nuovo partito che nasceva, il Pds, uno Statuto che prevedesse la possibilità di esistenza delle correnti organizzate. La minoranza si sarebbe divisa e qualcuno sarebbe rimasto? A quel punto probabilmente no, però una parte dei massimi dirigenti scissionisti, in tempi precedenti la convocazione del congresso, non era stata insensibile all'idea di aprire, con la maggioranza occhettiana, una discussione se non propriamente sull'ipotesi delle correnti, quantomeno su di una forma confederativa che non spezzasse definitivamente i ponti tra le due formazioni che si separavano. Ma il Pds nasceva per guardare da un'altra parte. Alcuni intellettuali colti e intelligenti, ma con una evidente sovrastima di se stessi, e delle proprie capacità attrattive, avevano convinto Occhetto dell'esistenza di un vasto campo di forze della cultura, dell'imprenditoria, della società (quella che chiamavano la "sinistra sommersa") che chiedeva di concorrere alla costituzione e allo sviluppo di un partito di taglio "liberal" rivolto ad una "modernità" dinamica di centro che rompeva i ponti con la tradizione del Pci. Liberarsi del comunismo e dei "comunisti" era il passaggio obbligato di questo progetto che, per dirla un po' volgarmente, con gli "acquisti" elettorali al centro e a destra, avrebbe più che ampiamente compensato le perdite alla sua sinistra. In realtà non fu così, la sinistra sommersa non esisteva se non nella fantasia di chi l'aveva evocata, ma questo è un altro discorso. Renzi oggi, come Occhetto più di venticinque anni fa? Dopo i cori del "fuori!, fuori!" a conclusione della recente assemblea della Leopolda, l'analogia pare nient'affatto arbitraria. Il "fuori" di Firenze prendeva di petto la sinistra Pd ed, evidentemente, i suoi dirigenti più in vista a cominciare da Bersani e gli altri che hanno annunciato un voto negativo o addirittura una campagna per il no al referendum costituzionale. Un atto isolato di gruppi di ultras, hanno tentato di sdrammatizzare i più stretti collaboratori di Renzi. Sarà! Ma l'esperienza insegna che queste cose non accadono mai a caso. Se non direttamente ispirati dal segretario o dal suo entourage, di sicuro i cori fiorentini risentono ed esprimono un clima ormai intollerante della maggioranza renziana verso l'area del dissenso. Probabilmente così come Occhetto si era convinto che avrebbe dovuto liberarsi dei "comunisti" per costruire il suo nuovo partito, così Renzi pensa di disfarsi del residuo culturale della sinistra riformista per fare il Partito della Nazione. I suoi conti saranno migliori di quelli che fece Occhetto? Mah! Chi vivrà, vedrà… Quanto alla sinistra Pd, forse dovrebbe guardarsi allo specchio. Vista da fuori, fa un'impressione patetica. Si aggrappa a qualcosa che non c'è. Il Pd, se lo è mai stato, non è un partito, è la monarchia di Renzi. Si sta col sovrano o si esce.