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Macroregione? No grazie

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Il recente dibattito tenuto a Perugia da Cgil, Cisl e Uil di Umbria, Toscana e Marche, alla presenza delle massime autorità istituzionali, ha riaperto il dibattito sulla cosidetta Macroregione. Anche questo convegno e il documento programmatico che ne è stato alla base, ha scontato, come è stato per molte altre prese di posizione o iniziative sull'argomento, una sottile ambiguità: Regione unica subito, cioè scelta rapida, chiara e netta?, oppure meno stringente invito ad intensificare le forme di integrazione e collaborazione in funzione di una prospettiva di unificazione lontana nel tempo e non necessariamente tale? La cautela che viene usata dalla maggioranza dei sostenitori della fusione, che dicono e non dicono, lasciano intendere ma non affermano, può essere capita per le esigenze di “maturazione” che ha l'argomento, ma alla fine, appare sinceramente stucchevole e rinvia a quell'ermetismo della politica che allontana la gente da se stessa. Sì o no? Se sì è convinti che Toscana, Umbria e Marche debbano sciogliersi e costituirsi in una unica istituzione lo si proponga con chiarezza e si apra una discussione formale di massa, senza precipitazioni, ma anche con un calendario e tappe certe. E' quello che ha proposto con chiarezza (l'unico che lo abbia fatto) il presidente della Toscana, Rossi, indicando anche una data ravvicinata, il 2020. Ora, l'impressione è che l'invito di Rossi non sarà raccolto e che dell'unificazione, almeno in tempi brevi e medi, non se ne farà niente. Probabilmente è un bene che sia così. Naturalmente non si tratta di difendere gli egoismi campanilistici e, tanto meno, i potentati territoriali, che andrebbero al contrario abbattuti. Ma serve mettere insieme tre Regioni? E perché anche non altre o “pezzi” di altre? La gente vede e chiede questo come obiettivo primario o è, per così dire, affaccendata in altre questioni, l'economia che non va, la disoccupazione, il tenore di vita che non aumenta, eccetera, diverse dal riassetto istituzionale? E l'Umbria che avrebbe da guadagnarci? La Regione, per l'Umbria, a partire dagli anni ‘70, è stata tutto. E' stata la chiave della modernizzazione e dello sviluppo civile e sociale. La Regione ha portato, in certi limiti, una identità comune, garantito risorse finanziarie importanti, in alcuni campi fondamentali, determinato una autonomia culturale e politica, garantito, per molti decenni prima della frantumazione e della feudalizzazione dei territori dell'ultimo ventennio, un buon grado di unificazione e di collaborazione tra aree geografiche. Anche le piccole dimensioni sono state una delle componenti dell'uso oculato che dei finanziamenti statali (soprattutto in settori decisivi come la sanità, i servizi sociali o i trasporti) e comunitari è stato fatto. Tutto questo rischia di essere perduto o indebolito dalla confluenza nel mare magnum costituito con realtà più grandi e consolidate. Il documento dei tre sindacati è serio e genuino. Esso riguarda prevalentemente l'economia e l'apparato produttivo. L'idea che contiene, quella di “unificarsi per competere”, detto in altre parole aumentare la massa critica per avere più peso è, in astratto, giusta. Ma che integrazione potrebbe essere maggiore di quella già possibile oggi? E poi, in Umbria, nelle Marche ed anche in parte della Toscana i mezzi di produzione di maggiore peso sono in mano a società multinazionali. Per il loro destino l'unificazione delle Regioni è indifferente. Tra l'altro la forza competitiva dell'Umbria è fondata, particolarmente in alcuni settori, su produzioni di nicchia nelle quali la qualità, torniamo al punto, è determinata anche dalle piccole dimensioni. E poi, non in quella dei sindacati, ma nelle altre posizioni favorevoli alla fusione, in fondo in fondo, c'è la motivazione solita e più detestabile. Ridurre il numero delle istituzioni. Non si vogliono tagliare i costi, ma, in realtà, amputare le sedi della democrazia.