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Le lezioni del terremoto

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Gli immobili costruiti o ricostruiti in Umbria hanno resistito meglio degli altri al terremoto devastante di questi giorni. Non ci sono state vittime. E‘ una magra consolazione di fronte al disastro che ha colpito le aree montane confinanti di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo provocando la scomparsa di interi paesi ed uno sconvolgente numero di morti. Però su di essa si possono fare alcune considerazioni. La prima è la qualità della ricostruzione avvenuta in Umbria. Nata da una proficua collaborazione tra il ministero dell‘Ambiente, il Parlamento e la Regione, la legge per la ricostruzione del 1997 fu una novità in campo nazionale e dettò una modalità, in molti punti, alternativa rispetto alle precedenti, per fronteggiare l‘emergenza e affrontare la ripresa. Si fece la grande scelta di non costruire città satelliti che avrebbero allungato i tempi della ricostruzione dei centri (molti dei quali di alto valore storico architettonico, come è nel caso di questi giorni) distrutti o semidistrutti dal sisma. Furono introdotte nuove pratiche al fine di accelerare le procedure, tra le quali la possibilità di surroga del proprietario condomino eventualmente riluttante o contrario allo svolgimento dei lavori. La novità maggiore fu il DURC, cioè il certificato di regolarità contributiva che ebbe il compito fondamentale di selezionare, in termini di affidabilità e sicurezza, le imprese appaltatrici dei lavori pubblici e privati, che poterono così essere eseguiti senza risparmio o truffe nell‘utilizzo delle tecniche e dei materiali. Si cercò di fare tesoro delle pratiche (e dei fallimenti) delle ricostruzioni precedenti in altre parti del territorio nazionale, per dare corpo ad una esperienza innovativa. Inoltre, è partendo dal disastro umbro marchigiano del ‘97 che prese nuovo impulso in campo nazionale la Protezione Civile, di cui Foligno si candidò ad essere il polo o uno dei poli di riferimento. Prima di allora l‘emergenza, nel caso di catastrofi naturali in Italia, non esisteva, come era stato drammaticamente documentato negli anni da eventi disastrosi nei quali le popolazioni erano state lasciate a lungo "sole" e colpevolmente abbandonate. Oggi l‘Italia è un Paese più pronto ad affrontare le emergenze? In parte forse si, di fronte al deserto precedente, ma ci sarebbe ancora moltissimo da fare, specialmente in un Paese a rischio come il nostro. La Protezione Civile che tra la fine degli anni ‘90 e il decennio successivo aveva un posto in prima pagina è stata un po‘ accantonata e avrebbe comunque bisogno (insieme ad un rodaggio permanente che viene eseguito a carico dei nuclei di corpi specializzati e di tanti meritori volontari) di nuovi investimenti per il potenziamento e l‘ammodernamento dei mezzi, l‘acquisizione di nuove tecnologie, l‘addestramento degli uomini e l‘aumento del loro numero. Ma quello di cui c‘è bisogno è un grande piano nazionale di ristrutturazione e messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato. Sarebbe l‘unico modo per onorare sul serio le tante vittime di questa ultima tragedia. Perché non si fa? Non lo si fa come non si fanno molte altre cose di cui un Paese "fragile" ed esposto come l‘Italia avrebbe assoluto bisogno: un piano di bonifica e recupero ambientale e del territorio e un piano di ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture a cominciare (ci siamo tutti dimenticati il recente disastro sulla ferrovia in Puglia?) dalla rete ferroviaria regionale o interregionale. La politica dell‘austerità e del rigore di bilancio impongono altre scelte. La parola d‘ordine di questi ultimi decenni è stata quella di tagliare e rastrellare risorse pubbliche per trasferirle ai "mercati" (e alle banche). Ma i mercati se ne fregano dei terremoti. Se lo Stato non ricomincia a spendere (con oculatezza), continueremo a piangere disastri e anche l‘economia rimarrà ferma.