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Informazione anno zero

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Nei giorni scorsi l'Asu, Associazione della Stampa Umbra, il sindacato dei giornalisti aderente alla Fnsi, ha presentato la sua proposta per una legge regionale sull'informazione. In questo modo l'associazione ha voluto portare il suo contributo (il primo da parte di un soggetto collettivo) al lavoro di ricerca e discussione recentemente avviato dalla Giunta regionale e finalizzato alla formazione della nuova normativa che, secondo i propositi, dovrebbe vedere la luce nei prossimi mesi. Quello di Asu è stato anche uno stimolo alla Regione a fare presto. L'informazione umbra, come quella italiana, si trova in uno stato di emergenza. In questi ultimi anni il panorama informativo si è drasticamente ridotto, si sono perse testate, della carta stampata e televisive, posti di lavoro, mentre si è precarizzata la condizione di molti giornalisti e ai più giovani e meritevoli tra di loro sarà precluso l'accesso alla professione. Ma ciò che più conta è che pare messo seriamente in discussione quel patrimonio plurale e locale e quella dimensione quantitativa che avevano garantito l'unificazione e l'autonomia politico culturale di una piccola regione come l'Umbria, altrimenti destinata a subire l'altrui egemonia. A giustificazione della crisi vengono evocati motivi “oggettivi”: le nuove tecnologie, il calo dei lettori, la riduzione e la concentrazione del mercato pubblicitario, l'introduzione di nuove fonti e canali informativi. Si potrebbe a lungo discutere su ciascuno di questi elementi. Il dato è che in questo settore in questi ultimi anni è stata operato ed è tuttora in corso un gigantesco processo di ristrutturazione. L'esigenza delle imprese e del sistema di adattarsi alle nuove condizioni non può essere negata. Il punto, però, è stabilire se questa ristrutturazione possa e debba essere semplicemente “subita” in una logica di puro mercato, con conseguenze che pesano prevalentemente sul personale giornalistico, o si possa tentare in qualche modo di “governarla”. In questa seconda ottica si muove la proposta avanzata da Asu. Certo, i poteri di intervento ordinamentale e finanziario di una Regione sono modesti. La questione spetterebbe, in via prioritaria, al governo del Paese il quale dovrebbe elaborare e proporre una vera e propria “legge di sistema”, che affronti i nodi di fondo, a partire dal congruo rifinanziamento (con nuove modalità) del Fondo per l'editoria, per finire a norme che diano ordine e regole all'irruzione anarchica sulla scena dei nuovi strumenti e canali informativi e garantiscano la professionalità e l'affidabilità di chi li redige. Quella di Asu è una proposta avanzata. Non si limita ad un generico sostegno all'informazione, ma punta ad una “buona” informazione, nel senso di compendiare l'aiuto alle imprese che già esistono, alla loro vita difficile, al loro ammodernamento e alla nascita di nuove iniziative, con il pieno rispetto e il riconoscimento dei diritti dei giornalisti, contrastando la precarizzazione ed elevando la dignità del loro lavoro. Ora, come si dice, la palla spetta alla Regione. La massima istituzione umbra vanta precedenti importanti nel campo del sostegno all'informazione. Regionale fu il primo centro multimediale (Cicom si chiamava) precursore dell'esplosione di Tv e radio “private”; stipulata e pagata dalla Regione fu la prima convenzione con la più grande agenzia giornalistica del Paese, l'Ansa, il cui notiziario, insieme ad altri servizi informativi, fu messo a disposizione delle testate “minori” o con minore capacità autonoma. Speriamo oggi che la legge in gestazione sia all'altezza della situazione.