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Troppi parlamentari

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Un luogo comune dell'Italia di oggi è che vi siano troppi parlamentari e che due Camere siano troppe. Questa convinzione si è talmente radicata da assumere sempre più spesso i toni di una vera e propria isteria antipolitica e antiistituzionale. Ora, il bicameralismo non nasce come voluto intoppo burocratico. Esso (in sintonia col modello anglosassone della Camera Alta e della Camera Bassa) fu introdotto nella Costituzione come forma di garanzia democratica in un Paese che usciva da una lunga e rovinosa dittatura, alla quale mai avrebbe voluto tornare. Nell'ambito di questa scelta i padri costituenti applicarono la logica della famiglia contadina, all'epoca largamente prevalente. La forza e l'entusiasmo dei giovani avrebbe dovuto fondersi e contare sull'esperienza degli anziani. Per questo decisero di stabilire in 21 anni (più recentemente ridotti a 18) l'età per votare ed essere eletti alla Camera dei deputati e in 25 e 40 anni quelli per il Senato. La "lettura" degli atti di legge in due sedi diverse e con due punti di vista diversi, avrebbe dovuto meglio garantire della loro qualità e appropriatezza. Oggi si può sostenere che i motivi fondanti di quella architettura istituzionale sono superati. Ne siamo sicuri? E, soprattutto, siamo sicuri che la logica conseguenza sia quella del monocameralismo o comunque di una drastica riduzione del numero dei rappresentanti del popolo? Al proposito si possono accampare seri dubbi. Intanto perché non corrisponde al vero che alla base del ritardo della politica rispetto alla vita reale vi siano le lungaggini parlamentari. Ormai da molti anni le modifiche delle norme regolamentari e ordinamentali consentono di concludere il processo legislativo in tempi brevi e anche brevissimi, sempre che vi sia (e questo è il vero problema) una maggioranza coesa e decisa. Del resto poi, il costo della democrazia è quello di dovere addivenire a soluzioni di compromesso, rispetto ai diversi interessi che sono in campo. Altrimenti è una dittatura. L'Italia è un Paese con 60 milioni di abitanti e 46 milioni di elettori. Ma, mille parlamentari che li rappresentano, sono troppi?! E' evidente che più si restringe il numero degli eletti, tanto più essi assumeranno il carattere di una casta lontana e inaccessibile, più di quanto lo possa essere oggi. Quella italiana è una società molto frammentata e il fatto che i diversi interessi possano non essere rappresentati al livello della massima istituzione politica è un potente fattore di disincentivo al voto e alla partecipazione alla vita politica. Bisogna stare attenti con la teoria delle elites. Che cosa è? E' la concezione, di matrice culturale e politica liberista, che da per scontato, anzi incentiva il fatto che, nelle moderne società complesse, la potestà di governo debba essere assegnata a gruppi sociali e politici ristretti (o addirittura ad un solo leader) con l'esclusione del resto, maggioritario, della cittadinanza. Si potrebbe ironizzare sul fatto che, a ben vedere, si tratta di una tesi che, in nome della modernità, ci riporta indietro di oltre duecento anni, prima della Rivoluzione francese, quando la casta dominante di nobili e aristocratici riteneva naturale e doveroso che il "popolo ignorante" fosse escluso da qualsiasi pratica di governo e indirizzo della società. Si cancella così la storia degli ultimi due secoli nei quali tutta l'ambizione e lo sforzo dei movimenti progressisti e di emancipazione è stato proprio quello di allargare la sfera di partecipazione delle più vaste comunità di persone alle decisioni della politica e alla gestione del potere. Si dice che la stabilità comporta questo prezzo. Ma la stabilità si costruisce sul consenso, non sulla costrizione.