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Ttip della discordia

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Ttip è un brutto acronimo, che si legge male e si pronuncia peggio. Sta per Transatlantic Trade Investiment Partnership; è il trattato sulla liberalizzazione degli investimenti e del commercio tra Usa ed UE. Coperto a lungo da un manto di silenzio, è emerso solo recentemente all'ordine del giorno della discussione politico istituzionale, pur probabilmente rimanendo ancora oscuro o addirittura sconosciuto al grande pubblico. La divisione tra partigiani e avversari del trattato è molto netta ed è trasversale ai gruppi sociali ed anche agli schieramenti politici di tutti i Paese europei. Anche per questo i negoziati avanzano con una certa lentezza e la loro conclusione, per la quale si sta lavorando da anni, non è prevista a breve. Ora l'idea di realizzare un unico grande mercato tra Europa e America è, in linea di principio, senza dubbio suggestiva ed allettante. La libera circolazione dei capitali e delle merci, la fine delle imposizioni e dei protezionismi doganali, si sostiene, porterà dinamismo nell'economia e grandi benefici alla sua espansione e anche all'aumento dei posti di lavoro. Perché, dunque, opporsi? I motivi sono molti e di molteplice ordine. Il rischio maggiore è che il mercato europeo sia invaso, in campo alimentare, dai cibi o dai prodotti americani geneticamente modificati e comunque senza tracciabilità e con garanzie di salubrità a qualità inferiori ai nostri, che sarebbero, in questo modo, messi fuori mercato. In Europa, in tutti i campi a cominciare da quello alimentare, vige il principio di precauzione. Cioè, nell'incertezza sulla sua qualità, la commercializzazione di un certo composto, strumento o materia prima, viene vietata. Negli Usa non è così. Negli Stati Uniti è necessario dimostrare la dannosità di un certo alimento o prodotto per ottenerne il ritiro dalla vendita. Anche per questo le associazioni dei consumatori e le loro class action hanno avuto storicamente un grande ruolo nella realtà nordamericana. Nel vecchio continente è il produttore ad essere tenuto a dimostrare la salubrità e la sicurezza della merce che intende vendere. E' una inversione di logica e legislativa di non poco conto. La piccola Umbria avrebbe tutto da perdere e niente da guadagnare dalle nuove condizioni previste dal trattato. La sua capacità competitiva, fondata sulla qualità e sulla esclusività delle sue produzioni, correrebbe il rischio di essere messa fuori gioco. Lo stesso dicasi per il Mezzogiorno d'Italia o gran parte di esso, ma anche per altre aree del nostro Paese. Insomma sarebbe confermata la regola che un mercato tanto è più grande, tanto maggiori distanze impone tra le aree e le parti ricche e quelle più povere. Nel campo del lavoro i danni per l'Europa e per i Paesi più avanzati, sarebbero ancora maggiori. Trionferebbe la deregulation americana che costringerebbe anche i diritti dai lavoratori italiani e di quelli europei che ce l'hanno, ad allinearsi a condizioni ancora più restrittive e peggiori di quelle, già in declino, attuali. La riduzione delle prerogative dei dipendenti e la precarietà, spacciata come dinamismo di vita, diverrebbero padrone del campo. Lo stato sociale, già in via di riduzione anche in gran parte del vecchio continente, subirebbe, forse, il colpo finale. Ma la misura probabilmente più discutibile è quella che riguarda le imprese multinazionali. Ad esse viene conferita la possibilità, caso primo nel mondo, di citare in giudizio gli Stati nazionali dalla cui legislazione o dai cui interventi ritengano lesi i loro interessi. Il dominio dell'impresa e del mercato sugli interessi generali raggiungerebbe così il suo culmine. Non sarebbe una buona cosa.