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Se Leonelli fosse di sinistra

Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Nella cosiddetta prima repubblica quando si verificava uno scontro tra partiti alleati, gruppi o personalità della politica, si cercava di risolverlo attraverso quello che era definito politico programmatico. In pratica una discussione di merito sulle diverse visioni che erano in campo e il tentativo di ricondurle ad una unica e unitaria, che diveniva impegnativa per le diverse parti in causa. Poteva accadere perché, a quel tempo, la politica era prevalente sui suoi protagonisti. Oggi il panorama si presenta in termini del tutto diversi. Nell'epoca della personalizzazione tendono a prevalere i dissensi di carattere individuale e, il più delle volte, si perde il bandolo della loro sostanza politica. Lo scontro in atto nel Pd umbro e la stessa crisi della Giunta regionale ne costituiscono una vicenda esemplare. Perché si litiga nel partito? Perché un assessore regionale ha dato le dimissioni? C'è qualcuno che può dire di aver capito che si confrontano analisi diverse sull'Umbria e i suoi problemi a cominciare dalla sanità, strategie, programmi e proposte di merito alternative? E, se del caso, quali sono? A ben vedere, niente di tutto questo. La conferma più autorevole viene da una chilometrica intervista del segretario regionale del Pd a questo giornale. In essa c'è una grande assente: la politica, per l'appunto. Il giovane Leonelli denuncia sostanzialmente l'esistenza di una grave crisi nel partito (tale da mettere in discussione il suo stesso ruolo) senza però indicarne i motivi e le cause politiche e di programma. Si limita, cosa per lui non nuova, a stigmatizzare le vecchie "incrostazioni", senza indicare se queste si muovano e perché su binari diversi sul piano dei contenuti e operativi e in che consista il dissenso tra loro. Che cosa avrebbe dovuto fare il segretario del Pd? Dedicare la gran parte dell'intervista ad esporre le linee di una azione di governo e di movimento sulle quali aprire una discussione, chiedere ai contendenti di convergere, proponendosi di esse come interprete e garante. Con una certa dose di malignità (o realismo?) si può sostenere che Leonelli non può farlo, essendo egli stesso il prodotto non di un accordo politico e programmatico, ma di un patto tra persone o gruppi precostituiti di persone. Oppure il prode segretario si limita a prendere atto che della e nella rottura mancano i presupposti di merito e tutto è giocato in uno scontro di potere tra personalità del partito e istituzionali? Certo, il monopolio del Pd in seno al Consiglio regionale non giova ad una diversa dialettica. La maggioranza bulgara di cui il partito dispone grazie ad una comoda legge elettorale e la mancanza sostanziale dello stimolo di una opposizione politica, fa si che tutta la partita si giochi al suo interno e che, di conseguenza, sui contenuti programmatici prevalgano nello scontro logiche correntizie e, tuttalpiù, territoriali. E' inimmaginabile che possa vivere oggi una politica staccata e autonoma dalla gestione del potere. Ma c'è anche dell'altro, di valore generale, che si può desumere dalla battaglia nel Pd umbro. La aziendalizzazione della politica ha portato alla creazione di una tecnocrazia sottratta a controllo democratico e verifica pubblica che, in quanto tale, la rende potentissima (tendenzialmente più degli stessi padrini politici) e inamovibile. Se Leonelli fosse di sinistra i suoi proclami contro i vecchi sistemi di potere sarebbero più credibili e da sostenere senza mezzi termini. Che vuol dire essere di sinistra? Non immaginare, al posto degli attuali potentati, un'Umbria smart delle professioni e dell'impresa che sacrifica i diritti dei lavoratori e nega la dimensione della sofferenza sociale. Ma, nella fattispecie, vuol dire innanzitutto ridare alla politica i suoi diritti di movente principale della discussione e delle azioni concrete.