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L'ingiustizia del mondo

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Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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La notizia è passata quasi inosservata. Non è nuova nel suo genere, eppure ha un qualche cosa di incredibile: i sessantasei uomini più ricchi del mondo hanno una ricchezza pari a quella della mezza umanità più povera. Sessantasei come 3 miliardi e 500milioni di persone. Alla vigilia del recente vertice di Davos, Oxfam, una organizzazione non governativa con sede in Inghilterra impegnata nello sradicamento della fame nel mondo, ha reso noto dati in qualche modo sconvolgenti. In cinque anni dal 2010 al 2015 il patrimonio e i redditi dei sessantasei fortunati sarebbero aumentati del 44%, raggiungendo la astronomica cifra di 1760 miliardi di dollari, mentre quelli della metà più povera sarebbe arretrato di una percentuale analoga del 41%. Il Corriere della Sera ha pubblicato i nomi e le foto formato tessera, di questi ultra ricchi tra i quali primeggia Bill Gates con un patrimonio di 79 miliardi di dollari, con i quali ha sorpassato (avvincente gara!) il vecchio leader della classifica, il messicano Slim Elù che di miliardi ne vanta "solo" 77. E' la prova provata che, nonostante tutti buoni propositi dichiarati dai governi e dalle istituzioni mondiali, il divario tra ricchi e poveri aumenta a tutto vantaggio dei primi. Perché accade? Su questo punto si è acceso un dibattito che, per ora, vede impegnati economisti e studiosi. Tra una parte di essi, che lavorano specialmente in America e Francia, si è fatto strada "un ripensamento". Mentre fino a poco tempo fa la cattiva redistribuzione della ricchezza era addebitata a "normali fenomeni di mercato", a questa causa si aggiunge oggi quella di un "cambiamento nel modo di usare il Potere; politico e no". Che vuol dire? Pare del tutto evidente intendere che alle innovazioni tecnologiche che riducono il lavoro ed alla concorrenza tra lavoratori di nazioni ricche e povere, si aggiungono le politiche restrittive e mirate a ridurre il potere contrattuale degli stessi lavoratori e, sostanzialmente, i loro diritti e le loro conquiste. Tradotto in altri termini, si assisterebbe su scala mondiale ad un gigantesco processo di precarizzazione del lavoro che abbassa i redditi delle classi lavoratrici, ma anche di una parte del ceto medio, per la quale si torna a parlare di "proletarizzazione". Il processo non è omogeneo perché vi sono anche parti del mondo nelle quali milioni di persone sono state liberate dalla miseria e dalla arretratezza estrema; si tratta in genere di nazioni ed aree nelle quali si è tentato di eliminare o regolare la logica puramente liberista del mercato. A che serve il cambiamento del modo di usare il potere di cui sopra? Fondamentalmente a ridurre i costi di produzione delle merci attraverso la compressione del costo del lavoro. Il problema qual è? Che si è riusciti talmente bene in questa operazione che si è rotto l'equilibrio tra costo delle merci e capacità del mercato di assorbirle. Al calo dei consumi si è cercato di porre rimedio con l'immissione nel mercato di un eccesso di prestiti bancari alle persone (fondati sul contorto sistema delle "cartolarizzazioni", cioè ricchezza sostanzialmente immaginata, le così dette bolle speculative) che, a partire dal 2007 e dagli Stati Uniti d'America, hanno provocato la crisi bancaria e la successiva recessione economica di cui si sentono gli effetti. Perché il mondo non ha pace? Perché tante guerre, esodi biblici, immigrazione? Si parla di conflitti etnici e religiosi, ma questa è la superficie o lo schermo dei problemi; a ben vedere al fondo di tutto ci sono motivi di carattere economico e di lotta per le risorse. Per questo, probabilmente, finché il mondo vivrà la radicale ingiustizia da cui è afflitto non troverà mai pace. E' quello che ci dice continuamente dalla sua Altissima cattedra Papa Francesco. Ascoltiamolo!