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L'epoca dei commissari

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Leonardo Caponi

Leonardo Caponi
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Una notte di più di quaranta anni fa, Ilvano Rasimelli, recentemente scomparso, allora presidente della Provincia, commissionò ai dipendenti del cantiere dell'ente un blitz che passò agli annali: la grande scritta "Prefettura", sulla facciata dell'edificio di piazza Italia a Perugia, fu sostituita con quella di "Provincia" (che c'è ancora), senza che ne fosse informato il rappresentante del governo che, si dice, la mattina della scoperta, andò su tutte le furie. In realtà il prefetto aveva poco da incavolarsi perché, come è noto, i palazzi che li ospitano in tutta Italia sono di proprietà delle Province, cui spetta anche l'obbligo e gli oneri della manutenzione. La sostituzione della scritta fu un atto ad alto valore simbolico (forse primo e raro in tutta Italia) che anticipava e, in un certo senso, inaugurava quella che sarebbe stata di lì a poco, a partire dalla nascita della Regione nel 1970, la grande stagione delle Autonomie. Una democrazia diffusa e di massa, amministrazioni vicine al popolo ed espressione diretta dei suoi bisogni, sostituivano la gerarchia prefettizia e il centralismo di uno Stato lontano, sordo e antiquato. Per tutti gli anni '70 e '80 l'onda di un fervore nuovo percorse l'Italia; un decentramento istituzionale di poteri e funzioni corrispondeva ad una straordinaria stagione di partecipazione alla politica, a grandi conquiste civili e sociali, all'aumento degli indici del Pil e del benessere. La realtà corrispondeva alla "cultura" che la muoveva: la democrazia era stimolo e non intralcio alla modernizzazione del Paese. L'etica della politica e di chi esercitava funzioni amministrative era fortemente e positivamente influenzata dalla politicizzazione di grandi masse e si cullava l'idea che il "controllo sociale" fosse, e in realtà era, il migliore e più efficacie antidoto alla corruzione nella e della vita pubblica. I Comuni, come istituzioni a più diretto contatto con i cittadini, guidarono il processo di emancipazione dalla soverchiante tutela statale che era rappresentata dalla figura dei "Segretari". La cosa che più colpisce del commissariamento o semicommissariamento del Comune di Roma e del sindaco Marino è che esso, a prescindere dalla responsabilità di quest'ultimo e dalla vicenda nel suo complesso, sembra plasticamente sancire anche su questo versante, la fine di un'epoca e la restaurazione di un tempo che fu. La politica è sostituita dal commissario, la stagione delle autonomie alza definitivamente bandiera bianca, risucchiata dal neocentralismo. E' giusto che sia così? Ora, la fine della cosidetta Prima repubblica data da 25 anni. Essa fu sommersa dagli scandali degli appalti e dalle pratiche illegali di finanziamento dei partiti. Oggi, la situazione è migliorata? Beh, proprio no! Sono gli stessi organi di controllo giudiziario e amministrativo che valutano e dicono che è in atto una nuova tangentopoli, più grande ed estesa della prima. La differenza è caso mai quella che mentre prima rubavano in parte per i partiti, oggi rubano solo per se stessi. Perché? Su questo sarebbe giusto interrogarsi. Alla crisi della politica della prima repubblica, invece che risanarla, si è risposto con la tecnocrazia. Commissari, amministratori unici, manager con ampi poteri, hanno sostituito, a tutti i livelli, Consigli, Comitati di gestione, organi assembleari. Il processo ha investito anche la politica e le istituzioni perché concezioni e pratiche presidenzialiste e verticistiche hanno finito col dominare il campo. In sostanza ai motivi di crisi si è voluto rispondere con una semplificazione e riduzione della democrazia e una crescente concentrazione dei poteri. Il risultato è che all'insuccesso della lotta alla corruzione si somma una drammatica disaffezione della gente dalla politica. Viene quasi da pensare che, forse, è proprio questo che si vuole per, come si dice, non disturbare il manovratore, cioè isolare le scelte di governo dal conflitto sociale. Controllo sociale, democrazia diffusa, spinta delle masse? Tutte cose rottamate e da rottamare, perché oggi le decisioni hanno un unico segno e non ammettono perdite di tempo. E infatti si vede a che bei risultati portano.