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Assenze dipendenti pubblici: parola alla Corte costituzionale

alessandra Borghi
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La Corte dei conti dell'Umbria (presidente Salvatore Nicolella, consigliere relatore Pasquale Fava, consigliere Chiara Vetro) ha sollevato questione di legittimità costituzionale della norma prevista dal decreto 116 del 2016 che stabilisce la condanna per danno d'immagine al pagamento di un importo non inferiore a 6 mesi di stipendio per i dipendenti pubblici che facciano una timbratura irregolare anche solo per pochi minuti. Nel corso di un giudizio di fronte alla Corte dei conti dell'Umbria a carico di una dipendente del Comune di Assisi, a cui si contesta di essere uscita prima dell'orario previsto, era stato l'avvocato Siro Centofanti a sollevare la questione di costituzionalità dell'articolo 1 del decreto legislativo 116, sia perché la legge 124 del 2015 non conteneva una delega al governo per introdurre norma in materia di responsabilità contabile, sia perché la previsione di un danno, pari alla retribuzione di 6 mesi, sarebbe "assurda e sperequata" rispetto ad assenze di poche decine di minuti. "La Corte dei Conti ha condiviso queste valutazioni nell'ordinanza del 9 ottobre (n. 76/2018) - rende noto l'avvocato Centofanti - e, giudicando la misura sanzionatoria prevista dalla norma 'eccessiva, sproporzionata e manifestamente irragionevole', ha sollevato questione di legittimità costituzionale sotto entrambi i profili".  Se la questione di illegittimità venisse accolta dalla Corte costituzionale, la norma che prevede il danno minimo di 6 mesi verrebbe annullata e decadrebbe per tutti i dipendenti pubblici italiani. Nel giudizio nell'ambito del quale è stata sollevata la questione, la procura regionale della Corte dei conti chiede che la dipendente sia condannata a risarcire 20mila euro a titolo di danno d'immagine a favore del Comune di Assisi. Secondo il procuratore regionale Antonio Giuseppone, in qualità di impiegata preposta all'ufficio turismo, avrebbe attestato falsamente l'orario di uscita in quattro giorni del marzo 2017. Per la precisione, sarebbero state indicate come orario le 17 anziché le 18 nei rientri pomeridiani. Quattro ore di lavoro, dunque, in teoria pagate dall'ente pubblico senza che la donna fosse in servizio. Il caso emerse lo scorso agosto, quando scattò la denuncia per truffa dopo gli accertamenti dei carabinieri di Assisi condotti in collaborazione col Comune, con servizi di pedinamento e osservazione e il ricorso alla videosorveglianza dell'ente. Almeno quattro volte – fu reso noto –  sarebbe uscita un'ora prima attraversando la piazza del Comune "per andare in palestra". L'interessata davanti alla Corte dei conti si è difesa, con l'assistenza dall'avvocato Centofanti, sostenendo che in quei famosi giorni aveva comunque lavorato ininterrottamente senza pausa pranzo, restando al pubblico con appena un panino. “Altro che assenteista, una stakanovista, e anche l'unica che aveva dato la disponibilità a lavorare anche di pomeriggio”, ha sostenuto con forza il legale. Inoltre – è stato sempre affermato in udienza - si era trovata a compilare i moduli di autocertificazione del tempo di uscita non nell'immediatezza, ma nei giorni successivi, quando non sarebbe più stato possibile ricordare precisamente gli orari. I moduli  venivano compilati perché l'ufficio del turismo si trova in una sede distaccata priva di sistemi di rilevazione automatica delle presenze.