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Natale in duomo, le parole dell'arcivescovo Boccardo

Catia Turrioni
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Solenne pontificale in cattedrale, per il giorno di Natale, animato dalla cappella musicale del duomo e dalla corale parrocchiale di Santa Maria. Con l'arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra monsignor Renato Boccardo presule hanno concelebrato monsignor Luigi Piccioli vicario generale e parroco di Santa Maria nella cattedrale, don Sem Fioretti rettore della cattedrale, don Luis Vielman e don Justus Musinguzi vicari parrocchiali di Santa Maria nella cattedrale. "Questa notte – ha detto monsignor Boccardo nell'omelia – l'umanità intera è stata invitata a contemplare un bambino neonato: ogni nascita è un miracolo di per sé, è un dono di Dio. E questa mattina l'evangelista Giovanni afferma che quel bambino è il Verbo di Dio, è la sua Parola, la piena rivelazione del suo amore per l'uomo. Creato ad immagine e somiglianza di Dio, l'uomo è così grande che, malgrado il peccato, conserva imperitura in sé questa grandezza. E oggi Dio realizza il desiderio che conservava e coltivava nel cuore fin dall'eternità: condividere la vita degli uomini per offrire loro la possibilità di partecipare della sua vita divina. Ci troviamo così davanti ad un enorme disegno d'amore che ci sorprende e ci supera: se Dio è nato da una donna ed ha assunto la nostra fragilità esistenziale è stato per permetterci di nascere alla sua vita e per chiamare ogni uomo a diventare suo figlio nel Figlio Gesù. Da sempre l'uomo aspira a diventare dio ma senza Dio: è stata la tentazione primordiale, insinuata dal demonio ad Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden. È per soddisfare questa sete di infinito – ha proseguito l'arcivescovo - che l'uomo corre dietro al potere, ingordo nella smania di accumulare ricchezze, di decidere ciò che è bene e ciò che è male senza tenere in alcun conto la volontà e il progetto del suo Creatore. E questa corsa genera una cultura della morte che affascina pericolosamente il pensiero contemporaneo, fino a voler determinare nei tempi e nelle modalità anche il momento finale della vita umana, presentando questo presunto “traguardo” come una conquista di civiltà, la quale in realtà ne esce umiliata e avvilita. Di fronte alle derive eutanasiche che sembrano svilupparsi e crescere, di ben altra cultura abbiamo bisogno: di quella cioè che spinge ad aiutare il malato nel momento in cui la morte si approssima. Perché una cosa è aiutarlo a morire; altra cosa è farlo morire. La morte, infatti, anche quando è cercata, è sempre una sconfitta. La vera dignità – ha concluso monsignor Boccardo - è quella che esperimenta la persona fragile e malata quando viene curata con delicatezza e tatto e accompagnata con affetto e generosa dedizione; quando è circondata da relazioni umane autentiche, che la aiutano a custodire il significato della vita e a scoprire un senso nella sofferenza e anche nella morte".