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I campetti di Perugia, doveil basket diventa scuola di vita

Lorenzo Fiorucci
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Quando i primi soli primaverili portano il centro ad animarsi di perugini a passeggio e turisti col naso all'insù, i campetti di Pian di Massiano e di Piazza Grimana si affollano di giocatori che fanno girare un pallone a spicchi prima di tirarlo a canestro. Nonostante il basket sia al quinto posto tra gli sport più praticati in Umbria, Perugia vanta uno dei movimenti cestistici informali più vivaci del centro Italia. Da anni, grazie all'impegno dell'allenatore Alessandro Contu, i campetti di Piazza Grimana richiamano studenti di ogni nazionalità, gli stessi che vengono in città per studiare all'Università per Stranieri e che dopo ore di lezione passate a imparare l'italiano, si divertono a comunicare con una lingua che trascende i rispettivi vocabolari: palleggio, passaggio, tiro. Vedere asiatici e americani, europei e africani, ridere e divertirsi insieme, spinge anche i passanti più frettolosi a fermarsi incantati, per assistere a uno spettacolo unico nel suo genere. Ognuno porta il suo modo di giocare ed esprimersi, all'interno di uno spazio ristretto che richiede una grande rapidità di esecuzione e di armonizzazione. Dai e vai, pick'n'roll, back door sono espressioni che indicano un modo di intendersi e trovare un risultato comune che necessita di una forte intesa. Ai campetti di Pian di Massiano, dove giocatori alle prime armi hanno la possibilità di confrontarsi con cestisti più o meno blasonati, questa intesa ha portato alla formazione di un gruppo che negli anni – anche grazie all'organizzazione dell'infaticabile Fabio Taddeo – si è infoltito e caratterizzato per la passione con cui mette in pratica questo sport. Non c'è festività o temperatura che tenga. Dismessi gli abiti da lavoro, giocatori dai venti a sessant'anni, si ritrovano puntualmente (secondo orari che vengono tempestivamente comunicati soltanto agli iscritti di un ambitissimo gruppo Whatsapp) all'ombra dello Stadio Curi o – in caso di partita del Perugia Calcio – nel campo allestito all'esterno del centro commerciale Quasar, per sfottersi e sgomitarsi, prendere un rimbalzo e fare un canestro impossibile, con una competitività che sa però coniugarsi con una leggerezza di spirito che fa bene al cuore. Perché se è vero che lo sport fa bene alla salute (protraendo nel tempo il sopraggiungere della pigrizia psicomotoria), è ancor più vero che lo stare insieme e il ridere dei propri limiti fa ancora meglio. Giocatori che hanno calcato campi prestigiosi si mescolano ad altri che hanno trovato nell'amatorialità un modo per imparare dei proprio errori. E ognuno porta il suo contributo all'interno del gioco, ognuno fa quel che può. Le inarrestabili corse a testa bassa del Doc e i tiri immarcabili di Ggiulio (sì, con due “g”), gli strampalati tiri a palombella di Ste e le fantasiose peripezie nel traffico di Ricky T, trovano un senso sotto il sole della quotidianità e di  un'amicizia che si è rafforzata nel corso degli anni. E che da tempo si festeggia con un torneo chiamato Dat (quest'anno previsto dal 23 al 25 Giugno), ideato da Alessandro Becchetti in memoria Daniel Anton Taylor, amico dei campetti scomparso nel 2009. Chi fosse in cerca di uno sport da far praticare ai propri figli, non può scegliere di meglio. Il basket richiede disciplina e rispetto reciproco, assicurando uno sviluppo di tutta la muscolatura e di quel misto di resistenza ed elasticità (vd. resilienza) che – traslato su un piano caratteriale – sembra essere così richiesto dai tempi che stiamo correndo. Ugo Coppari (scrittore)