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"Ho sconfitto il tumore e ora torno in campo"

Tommaso Ricci
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Ciao, come stai? Bene, dai. Mi manca il calcio, ma in compenso ho un tumore da sei mesi che mi fa compagnia. Matteo Montegiove è uno così, alla fine della frase avrebbe messo pure una faccina: due punti e parentesi tonda a chiudere. Ma soprattutto è uno forte e intelligente. Il sorriso che firmava i suoi messaggi lo teneva sempre stampato in faccia, bellissimo, e quel “coso” lì, per sconfiggerlo in fretta, se l'era fatto quasi amico. Linfoma di Hodgkin, in termini tecnici, un cancro che colpisce le ghiandole linfatiche e ti spezza le gambe. Mi caricavo così “Ma andavo in ospedale - racconta Matteo - e, appena entrato in reparto, leggevo una frase scritta lì: ‘finchè fai mezzo passo in avanti non sei mai sconfitto'. E mi caricavo”. E caricava gli altri. Lui, malato di tumore. “E' vero - aggiunge -. Sono stato una scoperta per i miei familiari, per la mia ragazza, per gli amici e anche per me stesso: non ho mai perso la speranza, la fiducia e il sorriso”. La scoperta Sei mesi di calvario, iniziati nel novembre del 2015, cicli di chemio ogni quindici giorni. “Lo ricordo come fosse ieri - aggiunge l'attaccante classe 1991 originario di Civitella del Lago, un paesino tra Todi e Orvieto, nella passata stagione in Eccellenza con la maglia del Torgiano -. Era da giorni che, di notte, sudavo e poi, durante il sonno, iniziava a tormentarmi un prurito che non auguro a nessuno. Ho fatto delle analisi e un sabato, era quello della rifinitura prima della gara col Ventinella, vidi mio padre fuori dal campo che mi chiamava. Mi avvicinai e mi disse: ‘Il dottore ha detto che è meglio se ti fai vedere in ospedale a Perugia, magari ti ricoverano e ti fanno tutti gli esami del caso'. Non volevo saltare la partita col Ventinella e chiesi a mio papà se era possibile rimandare al lunedì successivo. Mi fece segno con la testa di no. E andammo”. Lui, Massimo, il Montegiove più grande, qualcosa si sentiva. E non voleva tenerselo dentro ancora. “Sono stato venti giorni in ospedale a Perugia - racconta ancora Matteo -, mi hanno rivoltato come un calzino e, a dicembre, è arrivata la diagnosi: avevo un tumore”. Il gelo. E il fuoco insieme. Un tumore da insultare, maledire, da piangerci la notte, da pregare per chi resta, da chiedere perchè. “Ma soprattutto da affrontare con rispetto - precisa Matteo - e da battere. Una nuova sfida, più dura della altre, ma pur sempre una prova”. E, allora, caro il mio cancro che a 24 anni mi hai fatto la sorpresa, prego, accomodati. Tanto laggiù, in fondo al tunnel, ad aspettarti c'è Matteo Montegiove, non uno qualunque. Striscioni e sms “La prima cosa che ho fatto? Ho chiuso Internet, lì trovi tutto e il contrario di tutto sull'argomento, mai più riaperto. E ho trovato in me una forza che non credevo di avere, ai miei non ho mai fatto mancare il mio buonumore - sono le parole di Montegiove -, la notte crollavo ma nessuno mi ha mai visto e questo è quello che contava per me. Ero forte quando riuscivo, e ci provavo sempre. Ma devo ammettere che non ho combattuto da solo: al mio fianco avevo papà Massimo e mamma Stefania, la mia ragazza Sara, mio fratello minore Nicolò, uno schivo, che non si espone, eppure è stato il primo a sostenermi. Mi ha mandato un sms, diceva ‘tra sei mesi finisce tutto', l'ho riletto mille volte. E poi ci sono stati gli amici, quelli del Torgiano, quelli del cuore come Mortaro, Cimarelli, Chioccoloni, Ciuchicchi, Batini, Mengoni e gli altri che mi sono venuti a trovare in ospedale e, una volta uscito, mi hanno fatto pure la serenata a casa con tanto di megafono e striscione con su scritto ‘Famoce sto selfie'. Gli amici, poi, di sempre che mi hanno organizzato cene, serate insieme, chiacchierate quando ero relegato in casa coi globuli bianchi a terra e anche il più banale dei raffreddori avrebbe potuto far precipitare le cose: da Daniele Fossati a Paolo Bruzziches, da Maurizio Carboni ad Emanuele Nanini, da Valerio Saccomanni a Matteo Luzi, poi mio cugino Antonello che mi ha accompagnato alla prima chemio, ma non posso dimenticare l'affetto ricevuto da Giulia Ulivieri, Francesca Nanini, Tiziano Arcangeli e i fratelli Enrico, Ettore ed Emanuele Trippini, Daniele Storti e sua moglie Sabrina Bove. Sono stati tutti eccezionali, unici, mi hanno fatto commuovere. Amici, nel vero senso della parola. E, sapete, non era scontato in momenti come questi ricevere così tanto, in molti a volte scappano di fronte alla malattia”. Rinascita Il 22 giugno scorso, all'uscita dal tunnel, a braccia alzate e il suo sguardo sorridente rivolto verso il cielo c'era solo lui, Matteo Montegiove. Non quel “coso” lì, sconfitto al momento giusto, lasciato alle spalle, catalogato tra i ricordi. C'era Matteo “Il Profeta”, in onore di Hernanes, lui che è laziale sfegatato. C'era Matteo col suo nove sulle spalle, pronto a tornare in campo a far gol. C'era Matteo, soprattutto il figlio che Massimo e Stefania hanno sempre desiderato. C'era Matteo che si è scoperto uomo. Che ha avuto paura, ma l'ha affrontata. C'era Matteo che è diventato più forte. “Ho avuto il responso dai dottori la mattina - prosegue Montegiove -, mi hanno detto che era tutto a posto e sono scoppiato. Ho aspettato di avere tutti con me a cena la sera e ho detto loro che ce l'avevamo fatta. Che avevamo vinto tutti insieme. E abbiamo pianto di felicità”. Arrivederci Torgiano Ma, ben inteso, il 23 era già in palestra a prepararsi per una nuova stagione di calcio. “Corsa, gambe e tutto quello che si fa in questi casi per recuperare il tempo perso. Il presidente del Torgiano, Fabrizio Cerbini, mi ha chiesto da tempo di rimanere a prescindere da tutto - spiega Matteo -, ma ho dovuto dire di no con dispiacere, quello del Torgiano è il primo risultato che la domenica andavo a cercare dopo quello della Lazio. Ora vorrei trovare una squadra più vicina a casa, che mi consenta di fare tutto con maggiore tranquillità e di non stressarmi troppo, tutto qui. Non posso permettermelo”. Modelli da imitare Un ambiente dove poter tornare Matteo Montegiove. “Mica forte come Klose, il mio modello di riferimento. Neanche come Simone Mortaro, che se non lo nomino poi mi rompe - sorride -, ma semplicemente me stesso”. Quello col nove sulle spalle che il sorriso non lo perde mai. Che se perde una battaglia la domenica, non si abbatte, perchè lui ha già vinto una guerra. Bentornato Matteo.[