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Quell'Atalanta-Valencia che ha fatto esplodere il Coronavirus a Bergamo. Birra e metro, così il contagio

Nicola Uras
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“La situazione di Bergamo di oggi credo abbia a che fare anche con la partita di San Siro di Champions. Qui ci sono 120mila abitanti e quel giorno 45mila erano allo stadio...". Sono le parole di Papu Gomez, capitano e trascinatore dell'Atalanta dei miracoli: quarta in campionato per il secondo anno di fila e qualificata ai quarti di finale della Champions League di calcio. Proprio la partita di ritorno tra Atalanta e Valencia (il 35% dei valenciani contagiato, clicca qui), giocata a Milano il 19 febbraio, si è rivelata il detonatore del focolaio bergamasco del Coronavirus. Le indagini ormai vanno dritte su questa soluzione. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, sei giorni prima della partita l'epidemia aveva già colpito il sud della Spagna con un morto nella zona di Valencia. Da qui l'ipotesi, probabile, che tra i 2.500 tifosi arrivati dalla Spagna per la partita ci fossero diversi positivi. A Milano piazza Duomo è una festa dello sport, ci sono tifosi dell'Atalanta di ogni età e arrivati da ogni vallata: nessuno vuole mancare all'appuntamento con la storia. Sulla linea metro che porta a San Siro salgono indistintamente tifosi spagnoli e della Dea, si scambiano bicchieri di birra, sciarpe, gagliardetti, abbracci. Pochi giorni dopo quella partita la curva dei positivi bergamaschi subisce una clamorosa impennata (positivo il calciatore Sportiello, clicca qui). Borrelli, capo della Protezione Civile italiana, nell'ultima conferenza, stuzzicato sull'argomento, ha ammesso: “Potenzialmente è stato un detonatore, ma lo possiamo dire ora, con il senno di poi". Giocare quella partita è stata un errore. E dopo quella, in Champions se ne sono disputate altre.