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Non è una disgrazia, ma un delitto di Stato

Franco Bechis
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Le lamiere ieri hanno spento per sempre la voce di Giuseppina. Aveva 39 anni, era su quel maledetto treno di pendolari che aveva appena passato la stazione di Pioltello ai 100 km all'ora, perché non doveva fermarsi. Mentre le ruote del suo vagone già scintillavano perché non stavano più sulla rotaia Giuseppina era al telefono con la mamma che si era già svegliata. Erano le 6,55 di mattino, l'ora dei pendolari. Giuseppina si è accorta che il treno stava deragliando, e l'ha urlato al telefono: “Mamma, aiuto! Il treno sta uscendo dai binari...”. Poi più nulla, le lamiere del vagone l'hanno uccisa. Insieme a lei hanno perso la vita Pierangela, 51 anni e Ida Maddalena, 61. Decine i feriti, e l'unica buona notizia ieri sera era che nessuno di loro sembrava in pericolo di vita. Una tragedia evitabile, perché dalle prime indagini è apparso subito evidente come in un binario proprio prima del deragliamento mancasse un pezzo di 23 centimetri: proprio lì i vagoni centrali del treno dei pendolari sono deragliati. Sulla stessa linea quasi nello stesso punto era già accaduto il 23 luglio della scorsa estate una domenica pomeriggio: andò di fortuna, e i 200 passeggeri si presero solo un gran spavento. Sembra impossibile che un pendolare, per andare a fare il proprio lavoro, possa rischiare la propria vita come è accaduto. Impossibile, ma accade e purtroppo non di rado. Ieri come troppe volte in passato dopo il sangue innocente, la paura e l'orrore, è seguito il consueto rito. La magistratura che indaga e col tempo troverà quell'ingegnere o quel tecnico colpevole. Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio che arrivato lì ha voluto fare la faccia feroce e annunciato una commissione di inchiesta che ovviamente non guarderà in faccia a nessuno. Vedremo per qualche giorno inchieste giornalistiche (ne faremo pure noi) sulla sicurezza un po' ballerina nei treni. Un rito forse dovuto, ma che ormai appare grottesco perché si ripete ogni volta uguale a se stesso. Poi scenderà il sipario, ce ne dimenticheremo e aspetteremo la prossima strage di pendolari. Solo due settimane fa davanti alla Regione Puglia c'erano i famigliari delle 23 vittime (ci furono anche 50 feriti) della strage di turisti e pendolari del 12 luglio 2016 per lo scontro fra due treni locali sul binario unico Andria-Corato. Chiedevano giustizia. Che non hanno avuto. Chiedevano i cambiamenti nella sicurezza dei treni locali. Che non ci sono stati. Chiedevano rispetto per la memoria di quei morti. Che nessuno ha avuto. In quella drammatica estate pugliese tutto il rito di ieri fu svolto: puniremo i responsabili, cercheremo cosa non ha funzionato, daremo sicurezza ai pendolari. Si è pure celebrato il primo compleanno della strage, con l'arrivo in Puglia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e il fiume di retorica sparso da un po' tutti. L'inchiesta locale non fu particolarmente spedita, perché dovette procedere fra mille difficoltà, omissioni e barriere alzate per proteggere interessi economici locali e responsabilità politiche e manageriali. Fin dal primo giorno fu semplice circoscrivere la strage all'errore umano di due capistazione distratti nel momento sbagliato. Quell'errore ci fu, ma il tema che per fortuna poi si è posta anche la procura di Trani fu "come è possibile che oggi una distrazione umana sia in grado di provocare una strage così?". La magistratura sia pure lentamente il suo lavoro lo sta facendo: ci sono 19 indagati, e non solo pesci piccoli. Ha appurato che la società che effettuava il trasporto aveva nascosto 20 identici incidenti sfiorati e per puro miracolo evitati nei quattro anni precedenti, che gli investimenti sui segnalatori automatici che avrebbero fermato i due treni prima dello scontro erano stati finanziati da tempo, ma non realizzati. Che chi doveva vigilare sulla messa in sicurezza della linea conosceva i rischi, ma non aveva mosso un dito. Bravi i magistrati, ma è cambiato qualcosa dopo avere scoperto quel che veniva nascosto? Nulla. Tutti i protagonisti salvo i due capistazione messi in croce sono al loro posto. Chi faceva il servizio e aveva nascosto gli incidenti sfiorati è ancora lì a fare il servizio. Il binario unico resta binario unico. Gli investimenti che avrebbero dovuto essere fatti sulla sicurezza restano in gran parte da fare. In 18 mesi non è accaduto praticamente nulla. E ogni tragedia potrebbe riaccadere. Io non so se il drammatico film che emerge dalla strage sui binari di Puglia sia identico a quello che ieri ha portato alla morte di Giuseppina, Pierangela e Ida Madalena. Troppi indizi fin dalla prima ora dicono di sì. E allora smettiamola di parlare di tragedie e disgrazie. Questi sono delitti di Stato. Franco Bechis [email protected]